Lieta di riavere a che fare con questi ragazzi abruzzesi, mi accingo con piacere ad ascoltare quello che si preannuncia essere il nuovo [capo]lavoro dei Nibelheim.
“The Waiting Room” si allinea a quello che in un certo senso era il suo precursone, “Drawing The Lines…”, uscito nel 2007.
“The Waiting Room” è come un pezzo di legno che pian piano prende forma. Viene scolpito con accuratezza ed abilità per modellare i diversi strati che lo compongono, eliminando il sovrappiù e giungendo al centro pulsante del demo – concept : la morte.
Il senso di irrequietezza è reso già dai primi secondi in cui comincia la track introduttiva, “These Decaying Walls”. Il ticchettìo dell’orologio come martellante ossessione riecheggia nelle orecchie di chi è tormentato dall’agoniante attesa nella stanza.
Tic tac.. tic tac..
Nervosamente il tempo scorre ed il silenzio estenuante è rotto da un urlo che, quasi in senso liberatorio, si eleva in disperata ricerca di sollievo.
Questo alone di inquietudine prosegue anche con il secondo pezzo, “These Dacaying Walls”, che và letto come completamento dell’intro appena ascoltato. L’oramai claustrofobica sala d’attesa, quella che progressivamente assume fattezze sempre più di una sala di tortura, diventa anche mezzo attraverso il quale il soggetto, vittima del sottile gioco psicologico, cerca rifugio.
Il cantato di Stefania si fa, per questo scopo, più truce e sofferto ed è interessante come gli scream graffianti e diretti si vadano a scontrare con contenuto delle lyrics, introspettive ed pregne di senso di alienazione. Dopo poco più di 3 minuti, il ritmo si fa più cadenzato, i riff più marcatamente thrash e groove e la voce alternativamente passa dal pulito allo scream.
Chiudersi in sé stessi, nei propri pensieri, può essere un bene, può aiutare a riflettere, ma può, allo stesso modo, costituire una vera e propria trappola. L’impossibilità di uscire fuori dalla propria dimensione interiore, risucchiati dalla propria mente e dai pensieri insani che ci logorano, fanno sfociare in quello che è il delirio descritto in “Lunatic Asylum", in cui il ritmo si fa sempre più calzante ed i piatti della batteria vengono schiaffeggiati a dovere.
La quarta track, “Reshaping”, rompe un po’ il filone compositivo musicale che si era andato delineandosi con i precedenti pezzi. Il distacco è già evidente con i primi riff della chitarra, che ci proiettano in atmosfere diverse, pur perseverando la tensione emotivo – psicologica generata fin’ora nelle orecchie dell’attento ascoltatore.
“Reshaping” si articola come l’ultimo, probabilmente vano, tentativo della vittima di cercare di ricostruire ciò che inevitabilmente tra poco perderà. il tentativo di ricostruire il proprio mondo e la propria vita è testimonianza di quanto fragile sia l’indole di chi, una volta raggiunta la presa di coscienza di stare arrivando ad una fine, tenta di tutto per poter recuperare il tempo inesorabilmente perso.
La consapevolezza che, di lì a poco, l’orologio della stanza d’attesa segnerà l’ora fatidica, aumenta il senso di profonda angoscia interiore; angoscia che raggiunge livelli massimi d’espressione nell’ultima, conclusiva track, “Death O’ Clock”.
I 6.35 minuti compositivi il pezzo vengono assaporati secondo per secondo, con avidità ed ingordigia, in quella che è, senza ombra di dubbio, la track che maggiormente preferisco dell’intero mini cd. Studiata con attenzione, complessa e piacevole da ascoltare, trasuda oramai un senso di rassegnazione per l’imminente destino da cui presto il protagonista verrà travolto. Nonostante l’importante lunghezza, il pezzo scorre veloce, netto e deciso come la lama di un coltello ben affilata.
Il livello di coinvolgimento è altissimo, fino all’ultimo secondo conclusivo del pezzo, in cui l’orologio segna l’ora “x”.
Sono molto soddisfatta del nuovo lavoro che i Nibelheim hanno sfornato con la consueta grinta che hanno dimostrato di avere anche in passato. Palese è la maggiore maturità che la band ha acquistato, merito dei numerosi live che nel frattempo ha accumulato sui palchi italiani. Impeccabili sotto il punto di vista musicale e vocale, non mancano il solito appuntamento con i bei testi, densi di significato, diversi tra di loro ma allo stesso tempo uniti a formare un’unica, angosciosa, trama.
It’s Over. It’s Death O’ Clock.
Io, spero che per i Nibelheim questo non sia che l’inizio di un percorso che, ne sono certa, li porterà molto, molto lontano.