Siete dei nostalgici del progressive anni Settanta, amate la tagliente vena poetica di De Andrè e la raffinatezza del “menestrello” Branduardi? Ma soprattutto, avete voglia di lasciarvi stupire da una proposta musicale talmente originale da essere unica nel suo genere? Se la risposta ad almeno una di queste domande è affermativa, allora i Fiaba fanno al caso vostro. Fondato nel 1991 dal batterista Bruno Rubino, il gruppo siracusano ha già diversi album all’attivo, tutti rigorosamente cantati in italiano. A sette anni di distanza dall’ultimo full-length “I racconti del giullare cantore”, i Fiaba tornano a deliziare la loro nutrita schiena di fan con un nuovo lavoro prodotto dalla Jolly Roger Records, che nel 2011 ha anche curato la ristampa dei primi due introvabili album.
Con questo disco, definito dallo stesso Rubino “il più dark ed oscuro della nostra carriera”, i Fiaba propongono la forma del concept già adottata ne“Lo sgabello del rospo” ma si misurano con un tema piuttosto distante dalla loro precedente produzione: i licantropi. Nell’opener L’INQUISITO il ritmo incalzante del basso e della batteria fa da preludio al cantato drammatico di Giuseppe Brancato, che ci proietta in una foresta-labirinto da cui sembra impossibile scappare. Il senso di oppressione si attenua nel breve intermezzo acustico LE DUE NATURE, in cui colpisce il testo fortemente poetico e ricco di allitterazioni che ne accentuano la musicalità. La frase finale ''Morte, non ho più paura, la natura mi pretende, sceglie me come tifone di una notte senza stelle'' ci rende partecipi della trasformazione da uomo a lupo, che sfocia nuovamente nella drammaticità de IL POVERO GIACOBBE e L’UOMO E’ LA PREDA, in cui si riprende il tema musicale della opener. Il cantato sincopato di Brancato, supportato dalla batteria, sembra davvero imitare l’avvicinamento imminente dei lupi, che arrivano veramente ne LE BESTIE DEL VILLAGGIO DI OGRE. Si tratta del momento migliore dell’intero album, che descrive l’atmosfera di panico collettivo nel villaggio attaccato dai lupi in una notte di luna piena con un tale pathos da renderci spettatori partecipi. Segue poi il canto di liberazione che celebra la sconfitta del nemico e fa da ponte verso la ballad LA PICCOLA GRETA, dove i lupi vengono presentati in chiave totalmente diversa grazie alla purezza e all’ingenuità della bambina, che si prende cura di loro di nascosto senza alcun timore.
Un altro momento molto particolare è la penultima traccia, MORTE DI UN PRESUNTO LUPO MANNARO, dove si cambia (letteralmente) registro. Il linguaggio poetico e forbito usato finora viene infatti sostituito da espressioni gergali, adattissime alla scena con brindisi a base di idromele nella taverna. Ma poi arriva il colpo di scena: il (presunto) taglialegna - lupo mannaro viene frettolosamente processato, per poi essere condannato nell’ultima canzone, ALL’OMBRA DELLA GIUSTIZIA. Questo brano, vera e propria chiave di volta dell’intero disco, ne fa emergere la potente valenza allegorica, da sempre uno degli elementi distintivi dei Fiaba: gli apparenti nemici e mostri non sono sempre tali ma spesso lo diventano in base ai nostri preconcetti. Ecco quindi che solo una bambina come Greta riesce, letteralmente, a “giocare con il pericolo” e che il lupo mannaro, ossia il diverso, viene ingiustamente condannato. Ma è anche possibile interpretare il licantropo come metafora dell’uomo stesso, costantemente in lotta con la sua parte “umana” e con la sua parte “mostruosa” rappresentata dalle sue paure e dalle sue inquietudini più profonde. L’unità concettuale dell’album è dunque riconducibile più ad elementi tematici comuni che ad una storia vera e propria, nonostante alcuni brani siano comunque collegati tra loro. Il grande merito dei Fiaba è stato quello di riuscire ad affrontare una tematica abusatissima dal mondo cinematografico – letterario senza cadere nella banalità, realizzando un album i cui unici punti deboli sono l’utilizzo abbastanza marginale delle percussioni e l’eccessiva attitudine descrittiva dei testi, che avrebbero funzionato comunque molto bene anche omettendone alcune parti. Per il resto, si tratta di un lavoro qualitativamente elevato in cui la parte strumentale e l’eccezionale “teatralità” di Brancato si fondono perfettamente e sanno creare atmosfere particolarissime che non tutti i gruppi sono in grado di rendere così bene.
Astenersi amanti dell’easy-listening: questo non è l’album (né il gruppo) che fa per voi.