I torinesi MaterDea, a distanza di due anni da Below the Mists, above the Brambles, tornano con un nuovo album folk venato di heavy metal: Satyricon.
A partire dalla title track e per tutto il disco, una delle caratteristiche principali dell’album è il contrasto ben dosato tra i riff heavy di chitarra e l’eterea voce di Simon Papa. Il risultato è un buon connubio scevro di esibizionismi, apprezzabile forse più dalle file di ascoltatori di musica celtica e folk rock che dai difensori del metal duro e puro.
Brani lunghi e d’atmosfera come Lady of Inverness si intervallano a pezzi più ritmati come The Green Man e Broomoon (“Treguna, mekoides, trecorum satis dee.. chi si ricorda Pomi d’ottone e manici di scopa?). All’interno dell’album troviamo poi sorprese come Benandantes, Malandantes, che cita Sciarazula, Marazula (1578) di Giorgio Mainerio, trasformandola però da danse macabre a manifesto pro-natura, e Castle of Baux, rielaborazione de Il Signore di Baux di Branduardi.
Un disco composto principalmente da canzoni lunghe e mid tempo, con strofe cadenzate e ritornelli di facile assimilazione; la produzione non rende del tutto giustizia alle sonorità più calde dell’album e finisce a volte per appiattire alcuni dettagli.
Satyricon è un lavoro complesso e multistrato, pieno di riferimenti storico-letterari e musicali senz’altro arguti e apprezzabili, e un songwriting ben studiato e maturo. L’unica pecca, riconducibile probabilmente anche alla produzione, riguarda la dolce voce di Simon, spesso sovrastata dall’irruenza degli strumenti e per questo apparentemente meno grintosa.
Una band che certamente avrà molto da dirci in futuro, grazie alle musiche e ai testi di Simon Papa e Marco Strega.