"Black Sabbath
Masters Of Reality " di Stefano Cerati
a cura di: DeaOrtolani
2012-10-30

 

 

Ciao Stefano e grazie del tempo concessoci. Inizio con il farti i complimenti perché questo libro è un’ ottima guida per la conoscenza di una band storica come i Black Sabbath per chi, come me, è troppo giovane ed acerbo per conoscere bene quegli anni.

 

E’ domanda obbligatoria chiederti come mai tu abbia deciso di concentrare l’attenzione della tua trattazione sul periodo dell’era Ozzy per la precisione quella dal 1969 – 1978?

Perché è il periodo più significativo della band non solo in termini di ispirazione musicale e testuale, ma è anche il periodo in cui i Black Sabbath hanno creato dei veri e propri archetipi che saranno seguiti da migliaia di band. Le formazioni che sono seguite con molti cantanti diversi, RJ Dio, Glenn Hughes, Tony Martin, Ian Gillan sono state altrettanto importanti, ma meno fondamentali e fare un’opera completa sul lavoro dei Black sabbath avrebbe dato un elemento di discontinuità stilistica e posto la questione in termini diversi. Sarebbe mancata una visione unitaria della musica e dei testi che invece è possibile fare in quei seminali otto album che abbracciano comunque ben dieci anni di carriera.

 

 

Racconti che la conoscenza dei Black Sabbath è avvenuta intorno ai tuoi 13 anni quando riportasti a casa il loro primo omonimo disco. In che modo questo evento ha segnato la tua visione musicale di allora e per gli anni che sarebbero venuti dopo sia dal punto di vista personale che lavorativo visto l’attività che svolgi ora?

Io sono convinto che tutto ciò che ti impressiona in giovane età rimane poi nel tuo subconscio ed inconsapevolmente ti indirizza per il resto della tua vita. Sicuramente l’incontro con i Black Sabbath è di quelli che mi sono rimasti impressi ed ha accentuato un mio desiderio, al tempo soltanto latente, di esplorare la metà oscura dell’animo umano. Infatti sempre in quelli anni, metà degli anni 70 per capirci, ho cominciato ad interessarmi a film spaventosi come L’esorcista e Profondo Rosso nonché a fumetti horror come Lo zio Tibia. A 13 anni ho letto Così parlò Zarathustra di Nietzche (capendoci poco in realtà), giusto per dimostrare quanto già in tenera età desiderassi esplorare i meandri oscuri della mente umana.

 

 

Credi che i Black Sabbath siano stati in parte sottovalutati dal punto di vista della composizione musicale rispetto ai loro contemporanei Led Zeppelin e Deep Purple?

Assolutamente sì. Per molti anni i Black Sabbath sono stati, nei confronti della critica ed anche dei fan più snob, come la pecora nera (appunto, eheh) della sacra trinità inglese hard rock. Erano la band dei fan, e soprattutto di quei fan che cercavano qualcosa di diverso dalla musica dal solito blues o dell’hard rock più elegante di Cream, Free e Bad Company. A loro sfavore hanno giocato due fatti soprattutto. Il nome scelto ed i temi satanici del primo album che li hanno bollati per sempre ed hanno alienato loro le simpatie della critica musicale “colta” ed il fatto di non avere un’immagine attraente. I Black Sabbath vestivano in modo trasandato con capelli arruffati e barbe scure e lunghe e non avevano l’attrattiva sessuale di un Robert Plant o l’eleganza della chitarra di Blackmore e dell’organo di Jon Lord. Musicalmente, si sa, chi cerca di percorrere una strada nuova come hanno fatto loro, viene visto con sospetto e viene giudicato come un eretico. E’ il prezzo che deve pagare “il nuovo” per affermarsi: chi si allontana dalla tradizione prende un rischio ed anche in questo i Black Sabbath musicalmente erano meno tradizionalisti e meno confortanti, per così dire, di Led Zeppelin e Deep Purple. Erano più radicali, la musica così heavy, ribassata e potente era veramente di un livello troppo forte per l’ascolto di un fan medio di quegli anni.

 

 

Con il loro primo ed omonimo album i Black Sabbath si sono fatti portatori di un sound completamente nuovo: lo stile risente ancora moltissimo degli anni ’70 con tutte le diverse contaminazioni che riceve ma sono soprattutto le liriche che strizzano l’occhiolino ai temi dell’oscuro e dell’ignoto con lo zampino anche del diavolo. Ritieni che la band abbia volontariamente voluto avvicinarsi verso questi temi per attirare l’attenzione del pubblico e dei media oppure è stato qualcosa del tutto naturale e non pianificato?

L’unico album che risente della tradizione blues degli anni 60 è il primo, poi già Paranoid è molto più originale. Quanto ai temi lirici la loro decisione di volgere l’attenzione al lato oscuro della natura umana con racconti paurosi, horror e esoterici nelle canzoni, è stata un scelta assolutamente conscia. Alla fine degli anni 60 imperavano la psichedelia, il beat, il blues, tutti generi placidi e rilassanti dove grandissima enfasi era posta sui temi d’amore delle canzoni. Nei Black Sabbath non c’è amore (quando c’è è doloroso o perverso) ma c’è la volontà precisa di spaventare l’ascoltatore e di fargli provare un senso di disagio. Per loro è stato un modo per distinguersi dalla massa e quindi attirare l’attenzione. L’idea venne alla band vedendo quanta gente andava a vedere i film horror che venivano proiettati in un cinema di fronte alla sala dove andavano a provare.

 

 

“Wicked World” pur essendo la prima canzone in assoluto scritta dalla band  venne messa nel lato b della prima edizione del disco. Fu forse la tematica di aperta critica sociale, che si discostava molto dalle altre più a sfondo esoterico, a spingere i Black Sabbath a tenerla come “rimpiazzo” e non metterla in prima linea? Non erano interessati a toccare temi di socialità in questa prima fase?

La cosa va posta in termini diversi. Nel 1969 i Black sabbath avevano tutti 21 anni ed un’esperienza musicale ancora piuttosto limitata. Erano anche molto inesperti per quello che concerneva la gestione commerciale della band e le decisioni in quel senso venivano prese per loro dai manager, Jim Simpson e da chi pagava le registrazioni. Al tempo un buon modo per presentarsi al pubblico era fare una cover in Inghilterra di una canzone che aveva già avuto successo negli Stati Uniti. Ecco perché il primo singolo è stato Evil Woman canzone portata al successo in USA dai The Crow qualche mese prima con Wicked World come lato b. Probabilmente l’omonima Black Sabbath veniva considerata troppo lunga per gli standard delle radio. Il mercato dei singoli e degli album poi era molto differente in quegli anni e non sempre i singoli venivano inclusi poi negli album. Nel momento di pubblicare l’esordio negli Stati Uniti la casa discografica locale ha pensato che fosse meglio sostituire Evil Woman, che era stata già pubblicata da una loro band poco prima, con l’inedita, in USA, Wicked World. Le decisioni di marketing per quanto riguarda la prima fase della carriera, i primi tre album, non furono prese dalla band, ma da altri al loro posto. Fu solo a partire dai Vol. 4 che i nostri ebbero più autonomia e più potere decisionale (che si ottiene solo con le vendite).

 

 

“Paranoid” cambia completamente le carte in tavola: i testi approdano metaforicamente a toccare i temi scottanti della realtà e il sound si fa per la prima volta più heavy nella storia della musica. Quale fu secondo te l’elemento scatenante di questo cambiamento? La presa di coscienza dei tempi che stavano cambiando o il maggior successo della band che garantiva loro di andare a toccare anche tasti non del tutto inappropriati?

Già dal primo album i Black Sabbath volevano fare sensazione e provocare l’ascoltatore con testi inusuali e, per così dire, controversi. Al tempo stesso non volevano ripetersi e quindi via via hanno sfumato l’elemento esoterico ed ossianico che permeava l’album d’esordio. I Black Sabbath non erano così sprovveduti come si poteva pensare, ma soprattutto Tony Iommi e Geezer Butler, che erano i motori della band, erano attenti osservatori della realtà che li circondava. Suonare in USA nel 1970 li ha messi in diretto contatto con i movimenti di protesta contro la guerra in Viet Nam, cosa che ha solleticato la loro immaginazione per parlare di temi scottanti come l’eroina usata dai soldati in Viet Nam (Hand Of Doom), le critiche contro i generali ed i politici al potere (War Pigs) o il pericolo di un nuovo conflitto nucleare (Electric Funeral). La musica andava di conseguenza, testi duri, musica ancora più dura per fare “sentire” la pesantezza del loro concept con suoni tetri, aggressivi e disturbanti.

 

 

Quando nel 1971 esce “Master Of Reality” i BS svelano un loro lato più profondo e maturo e “After Forever” e “Lord of This World” tirano le fila di questo album con una contrapposizione tra bene/male. Come mai questa rottura con le loro radici e l’immagine oscura che si erano guadagnati nel corso del tempo? Volevano redimersi o scrollarsi di dosso quell’alone malefico che in qualche modo non li rispecchiava?

Tra interessarsi di horror, esoterismo e magia e professarsi satanisti c’è una grande differenza. Purtroppo non tutti la colsero e i Black sabbath furono additati come satanisti pur non essendolo. La cosa peggiore era che questi testi scatenavano la reazione di pazzi che li inseguivano e chiedevano loro di celebrare messe nere o di unirsi a congreghe sataniche. I Black Sabbath furono così spaventati di avere metaforicamente aperto questo vaso di Pandora che si fecero fare delle croci dal padre di Ozzy per proteggersi dagli spiriti malvagi (e le portano ancora oggi). Allo stesso modo Master Of Reality già dal titolo vuole prendere le distanze da certo esoterismo; infatti è l’ultimo album dove si parla di Satana, appunto in Lord Of This World. After Forever nasce proprio dal desiderio di dare di se stessi un’immagine diversa, pure troppo. Infatti nessuno di loro è veramente religioso e segue delle religioni organizzate, ma quel testo, invece dalla prospettiva molto cristiana, è quasi una provocazione al contrario per fare vedere che potevano anche porsi dei quesiti sulla vita dopo la morte e la salvezza dell’anima. La cosa che molti non hanno capito è che i Black Sabbath avevano paura loro stessi del diavolo o di Satana; infatti nelle loro canzoni ne hanno sempre timore e descrivono gli effetti negativi che nascono quando si cerca di giocare com lui o si finisce sotto la sua influenza.

 

 

In “Black Sabbath Vol. 4” affermi che la band realizza  di dover confrontarsi con un successo reale e per questo si lascia alle spalle il periodo “satanico” e negativo degli esordi. Suonano con maggiore consapevolezza, inseriscono elementi nuovi come l’orchestra, compongono ballate e soprattutto si autogestiscono la registrazione dell’album. D’altra parte però è anche il periodo della loro carriera contraddistinto dall’uso della cocaina. Come giudichi questo quarto album all’interno della loro produzione?

E’ un album strano, non saprei come altro chiamarlo. I testi sono i più confusi, allucinati e criptici della loro carriera. E’ stato molto difficile trovare un senso reale a cose che erano invece delle immagini gettate lì come specchi di visioni indotte dall’uso smodato di cocaina. La cocaina ha sicuramente influenzato molto i testi dell’album. Musicalmente però i Black Sabbath stavano già molto evolvendo dall’heavy sound degli esordi. Sono sempre stati una band sperimentale. Non dimenticando mai le loro radici ben salde nei riff pesanti e densi di distorsione di Tony Iommi hanno cercato di dare un’impressione più ampia e, per così dire, progressive della loro musica usando strumentazione diversa come il piano, l’orchestra o effetti vocali. Nella carriera dei Black Sabbath possiamo chiaramente distinguere tre fasi. La prima, quella più esoterica e cupa, abbraccia i primi tre album, concepiti quasi assieme, in un tempo molto breve. La seconda, quella degli album dal quarto al sesto, è quella più progressive e sperimentale dove invece la band indulge nella permanenza in studio di diversi mesi proprio per provare molte soluzioni diverse. L’ultima fase, quella del settimo ed ottavo album, è la meno lucida in tutti i sensi, sia musicale che lirico, perché ormai la coesione stava saltando e l’uso di alcol e droga era arrivato a livelli di guardia facendo implodere la formazione.

 

 

Con “Sabbath Bloody Sabbath” si fa una sorta di marcia indietro e già l’artwork di copertina in parte lo dimostra: troneggia un 666 sulla testata del letto di un povero malcapitato insidiato da demoni. Come mai questa scelta dopo ben tre album con il quale avevano cercato di concentrare la loro immagine sulle loro capacità musicali e non il ruolo di “satanisti” affibbiato dai fans?

In effetti è una decisione difficile da comprendere anche se il ritorno ad un concept satanico sta più nelle immagini che non nella musica e nei testi. E oltretutto bisogna considerare anche il retro copertina dove c’è un’immagine speculare a quella sul fronte, dove il moribondo sul letto è circondato da angeli. La contrapposizione tra bene/male ha sempre toccato i Black Sabbath e gli elementi del sogno e dello specchio (copertina di Sabotage) ne sono la testimonianza. Il primo è visto come porta di comunicazione tra realtà fisica e metafisica, mentre lo specchio presenta spesso immagini ribaltate rispetto alla realtà stessa e messe in contrapposizione. E’ in questo senso duplice e spirituale che va intesa la copertina. Il titolo dell’album è usato poi in tono ironico ed un po’ astioso contro i manager che li stavano sfruttando e contro la critica che continuava a bersagliarli. Bloody in inglese non significa solo sanguinario, ma anche dannato, maledetto. E’ come se la band dicesse: volete questo maledetto sabba. Eccovelo!

 

 

Quanto ha influito la figura di Tony Iommi sull’unione della band nel periodo di “Sabotage” nel 1975 anno in cui la band era impegnata in grossi problemi giudiziali?

Tony Iommi è sempre stato la guida non solo musicale, ma anche morale e carismatica della band. Gli altri, spesso troppo fatti o insicuri si affidavano sempre a lui. Era lui che portava le idee migliori su cui lavorare e poi era sempre lui che si occupava del lavoro di studio vero e proprio, della produzione. Sabotage è il periodo in cui la band è più tormentata da pensieri esterni alla musica anche se questo per fortuna non si è riflesso nella qualità della musica e dei testi.

 

 

Siamo in dirittura d’arrivo e nel 1976 esce “Technical Ecstacy” partorito con più facilità rispetto ai due precedenti ma che inizia a mostrare segni di palese scontento all’interno della band. Pensi che i Black Sabbath siano rimasti “prigionieri” di un successo inaspettato oppure la volontà di emergere di Ozzy iniziava ad avere la meglio?

Ozzy si sentiva un po’ frustrato perché le sue idee venivano tenute in poca considerazione. Però bisogna soffermarci su due aspetti. Ozzy non aveva, e ancora non ha, nessuna capacità tecnica. Non sa suonare, non sa comporre seguendo dei criteri musicali, tanto che il suo contributo alla band si limitava in genere alle melodie ed a qualche testo. E del resto il suo comportamento sopra la righe, dove mentre gli altri lavoravano in studio, lui andava al pub ad ubriacarsi, non deponeva a suo favore. La band, pur dedita agli eccessi, ha sempre fatto musicalmente quanto doveva in studio. Ozzy invece si limitava al minimo indispensabile e questo alla lunga ha indispettito gli altri. Insomma, se è pur vero che Ozzy reclamava maggiore spazio, è anche vero che faceva ben poco per guadagnarselo.

 

 

Si chiude un cerchio ideologico con “Never Say Die!” ottavo ed ultimo album registrato dalla formazione storica dei BS. Quali sono le tue considerazioni in merito a quest’ultima produzione e cosa ha aggiunto di nuovo nel suono di questa band?

La band è allo sbando, e si sente. Il suono è proprio la parte dolente dell’album. La produzione mortifica molto la resa delle canzoni, soprattutto delle chitarre. In quest’album la cosa più notevole dal punto di vista musicale è l’uso insistito delle tastiere e di suoni sintetici che cominciavano ad avere un certo peso nell’economia del suono del gruppo. Ci sono anche esperimenti brillanti come Breakout, uno strumentale dove si fonde il metal con il jazz, un crossover ante litteram che dimostra che fino alla fine i Black Sabbath hanno cercato di progredire e dire qualcosa di nuovo.

 

 

Black Sabbath 40 anni dopo: come hai giudicato la loro reunion realizzata solamente nel palco dell’edizione di quest’anno del Download? (Io li aspettavo all’Hellfest, sigh)

Il tempo passa per tutti, anche per i più grandi. Se Geezer e Tony Iommi (malattia permettendo) sono ancora in grado di suonare egregiamente e fare il loro dovere, Ozzy è sempre più imbarazzante. A sua scusante c’è da dire che nei periodi di devastazione di fine anni 70 non era molto meglio. Ho visto un dvd del 1978 ed è increscioso quanto sia senza voce e quante stecche prenda. Il fatto di escludere Bill Ward (che è perfettamente in grado di suonare) mi ha lasciato molto amaro in bocca. Una reunion o si fa con tutti o non si fa. Prendere Tommy Clufetus non ha senso. Sarà anche più potente e veloce di Bill Ward, ma manca anche del suo tocco, dell’eleganza, della sensibilità jazz e della raffinatezza necessaria per prendere il suo posto. Si è visto proprio quando ha suonato con Ozzy questa estate i pezzi dei Black Sabbath. Li suona, ma non li interpreta. E’ molto diverso. Sarà che Bill Ward mi ha sempre fatto molta tenerezza, ma una reunion senza di lui sarebbe zoppa. Spero che ci ripensino