SONISPHERE FESTIVAL 2013 @Rho
a cura di: The Sentinel
2013-06-12

Una sola giornata, circa 40.000 presenze e sette band in scaletta: questi sono i numeri principali del Sonisphere Festival, riproposto in Italia a due anni di distanza dall’ultima edizione e in una nuova location, la Fiera di Rho.

Il bill alterna gruppi più o meno noti come Ampithrium, Zico Chain e Voodoo Six ad altri ormai consolidati come i Mastodon, intervallati dai controversi Ghost.  

Ma questa giornata all’insegna del metal entra nel vivo con l’esibizione della penultima band, i MEGADETH, già protagonisti sul palco di Rho nel 2011 insieme agli altri titani del thrash americano: Metallica, Anthrax e Slayer.

MegaDave e soci, freschi di pubblicazione dell’album Super Collider, ne eseguono solamente tre tracce (Kingmaker, la cover dei Thin Lizzy Cold Sweat e la titletrack), privilegiando una setlist che attinge a piene mani dalla loro discografia meno recente. L’apertura dello show tocca infatti a Trust e alla celeberrima Hangar 18, che fomenta a dovere il pubblico del festival. Seguono She-Wolf e la semi-ballad A Tout le Monde, insipido duetto fra Mustaine e Cristina Scabbia, frontwoman dei nostrani Lacuna Coil.

Subito dopo la band onora il ventesimo anniversario della pubblicazione di Countdown to Extinction eseguendone la titletrack e Sweating Bullets. E poi….come stare fermi sui refrain martellanti di Symphony of Destruction e Peace sells? Le luci sul palco cominciano a spegnersi, ma c’è ancora tempo per l’encore con Holy Wars, accompagnata da immagini a tema sullo schermo.

Sono le otto in punto e i Megadeth si congedano dall’ovazione del popolo metallaro. Nonostante la scaletta decisamente buona, che ha evitato sia la promozione autoreferenziale dell’ultimo album sia l’esecuzione di brani tratti da lavori controversi come Risk, da una band che ha fatto la storia del metal sarebbe stato lecito aspettarsi un’esecuzione un po’ meno “fredda”, peraltro penalizzata da un pessimo audio che ha portato più volte la chitarra di Broderick e il basso di Ellefson a coprire la voce di Mustaine, ormai visibilmente affaticato sui brani più vecchi.   

I Megadeth hanno quindi proposto un’ottima sostanza in una forma non completamente all’altezza del loro glorioso passato, dando vita ad uno show godibile ma non memorabile.

VOTO 7,5

 

Questo discorso non vale invece per gli attesissimi headliner IRON MAIDEN, saliti sul palco dopo un’ora di trepidante attesa e accolti da una calorosa ovazione.

Le aspettative sono molto alte: l’ultimo concerto della Vergine di Ferro a Milano risale a sette anni fa e in quell’occasione la setlist era stata quasi interamente basata sulla promozione di A Matter of Life and Death. Questa sera si celebra invece il venticinquesimo compleanno di un pezzo da novanta della loro discografia: Seventh Son of a Seventh Son.

Non a caso Bruce, Steve, Adrian, Dave, Janick e Nicko fanno il loro ingresso sul palco di Rho accompagnati da una scenografia ispirata al tour del 1988 che riproduce l’artwork dell’album in questione e l’onore dell’apertura spetta ovviamente a Moonchild. L’esecuzione di Dickinson è impeccabile e al suo consueto “Scream for me, Milano” segue subito il secondo brano di Seventh Son, Can I play with Madness. Ma il primo cavallo di battaglia della serata è The Prisoner, tratta dal celeberrimo The Number of the Beast. Con 2 Minutes to Midnight viene degnamente rappresentato un altro album di punta della band, ovvero Powerslave, mentre Afraid to Shoot Strangers è una sorprendente incursione nella discografia più “recente” e controversa dei Maiden. Qui la voce di Dickinson si fa più suadente ed introspettiva, supportata da a dovere dalle chitarre e dal basso di Steve Harris. Dopo questa breve parentesi, la doppietta The Trooper – Run to the Hills, con l’ingresso di Eddie nelle vesti del conquistatore britannico alias “white men who came across the sea” scatena definitivamente il pubblico di Rho: nulla di strano, dato che entrambe fanno ormai parte a pieno titolo delle hit da concerto della Vergine di Ferro.

Sono invece un’autentica sorpresa la vecchissima Phantom of the Opera e Wasted Years, molto meno frequenti nel loro repertorio live. Nella prima Dickinson fa le veci del suo predecessore Paul di Anno e Nicko McBrain, con qualche errore, quelle del compianto Clive Burr; nella seconda, di non facile esecuzione, si nota l’affaticamento di Bruce.

Ma torniamo ora al vero festeggiato di questa serata, ovvero Seventh Son of a Seventh Son. La maestosa titletrack è accompagnata da una scenografia di tutto rispetto e da un’interpretazione molto teatrale. Il lungo intermezzo “mistico” di chitarre e basso sfuma poi bruscamente in The Clairvoyant e soprattutto nel boato che si scatena su Fear of the Dark, brano ultranoto anche al popolo dei non metallari su cui è inutile spendere ulteriori parole. Si torna invece in territori non conosciuti a tutti con Iron Maiden, tratta dal primo omonimo album su cui ancora una volta Bruce prende le parti di Paul di Anno.

Le luci si spengono, ma non può ancora essere finita. Infatti dopo pochi istanti le immagini dei bombardamenti aerei proiettate sugli schermi e il celebre Churchill’s Speech fanno indovinare con poca fatica che il prossimo brano sarà Aces High, eseguita da Bruce vestito da pilota tra funambolici assoli e note, appunto, altissime da raggiungere…

La chiusura dello show viene affidata a The Evil that Men do, tratta ancora una volta dal disco festeggiato e alla cavalcata heavy Running Free, cantata all’unisono dai magnifici 40.000 di Rho a cui Dickinson cede ripetutamente il microfono sul ritornello.

Questa volta siamo davvero giunti alla fine: tra saluti e ringraziamenti gli Iron Maiden si congedano dal loro pubblico ancora in trance per uno show con poche sbavature, tra cui un audio decisamente migliore rispetto a quello dei Megadeth ma comunque non perfetto.

Le due ore di concerto appena trascorse hanno saputo unire il meglio della discografia storica del gruppo (è stato totalmente tralasciato qualsiasi album post-Fear of the Dark per la gioia dei fan della vecchia guardia) ad un’esecuzione eccellente nonostante l’età anagrafica che avanza. Le scenografie, i ripetuti “travestimenti” di Bruce e gli effetti pirotecnici hanno poi creato uno show nello show.  

Il confronto con il tour del 2006 non si pone nemmeno….speriamo solo di non dover attendere altri sette lunghi anni prima di sentire nuovamente l’urlo di battaglia “Scream for me, Milano”

VOTO: 9/10