Judas Priest + Five Finger Death Punch
Assago Summer Arena
a cura di: The Sentinel
2015-06-29

Tornare sul luogo del delitto esattamente tre settimane dopo il polverone reale e metaforico sollevato dal Sonisphere non era certo un’idea allettante, ma come rinunciare ad un concerto dei Judas Priest dopo quattro anni di assenza da Milano ed una presenza in Italia sempre più centellinata? Evidentemente molti non hanno fatto il medesimo ragionamento per i più svariati motivi: se è vero che nessuno si aspettava la folla oceanica accorsa per i Metallica, è altrettanto vero che lo spazio vuoto era davvero tanto nello stesso luogo in cui il 2 giugno ci si muoveva peggio delle sardine. In altre parole, sarebbe stata sufficiente la capienza dell’Alcatraz per contenerci tutti, ma la vivibilità e la grande  facilità nel guadagnarsi i posti migliori sotto il palco non sarebbero certamente state uguali.  

Tanto meglio per chi c’era, dunque, perché è stata davvero una serata da incorniciare a partire dai quarantacinque minuti a fuoco dei FIVE FINGER DEATH PUNCH. Nell’attesa di ascoltare il loro nuovo album previsto per il mese di agosto, gli americani hanno proposto una scaletta efficace nel riassumere la loro discografia, da “American Capitalist” (Under and over it, Coming down) a “War is the answer” (Hard to see). “The wrong side of heaven and the righteous side of hell” viene rappresentato dalla trascinante Lift me up, registrata in studio proprio con la partecipazione di Rob Halford, dall’irriverente ritornello di Burn MF cantato all’unisono da tutti i presenti e da Here to die, che chiude la setlist prima dell’encore The Bleeding, tratta dall’esordio "The way of the fist". Pur essendo una band relativamente giovane, i Five Finger Death Punch hanno dimostrato sia una notevole padronanza dei rispettivi strumenti (applausi soprattutto al batterista Jeremy Spencer) sia una capacità fuori dal comune di tenere la scena. Il frontman Ivan Moody ricorda il Phil Anselmo dei bei tempi andati non solo per la somiglianza fisica ma anche per il carisma e la potenza vocale: non a caso, i Pantera sono stati omaggiati durante la setlist con un accenno del riff iniziale di Walk. Promossi a pieni voti, da rivedere il prossimo 22 novembre per una nuova data da headliner all’Alcatraz dopo quella della primavera 2014.

 

Nel frattempo la luce del giorno comincia lentamente a svanire e la comparsa del telone con il logo dei JUDAS PRIEST inizia a far avvicinare sempre più persone al palco, ma è solo con il definitivo calar del sole alle nove e mezza che nell’aria si diffondono le note dell’immortale War Pigs dei Black Sabbath. Ormai ci siamo: il telone si solleva e con Dragonaut, uno dei pezzi migliori della loro controversa ultima fatica "Redeemer of Souls", finalmente si comincia. I Judas Priest appaiono già in ottima forma ma è l’anthem Metal Gods cantata all’unisono da tutta la platea ad aprire veramente il concerto; subito dopo viene ripescata dal cilindro Devil’s Child, invero non uno dei pezzi migliori di "Screaming for Vengeance" ma comunque di grande impatto. La vincitrice della serata è senza dubbio Victim of changes, capolavoro dentro il già capolavoro "Sad wings of destiny" con un acuto finale di Rob che darebbe del filo da torcere a chiunque. Si ritorna al presente con Halls of Valhalla, Redeemer of souls e la trascurabile March of the Damned, intervallate dalle spensierate Love bites e Turbo lover nonché dalla seconda chicca della serata: Beyond the realms of death ci riporta dritti dritti al 1978. "Stained class", che altro aggiungere? Poche sorprese invece per il gran finale composto da Jawbreaker, dall’intramontabile Breaking the law e da Hell bent for leather con l’immancabile ingresso di Rob sulla moto. Alla chiusura della setlist ufficiale fanno ben presto seguito l’encore The hellion + Electric eye, mentre You’ve got another thing comin’ fa (letteralmente) presagire che mancano ancora due immancabili cavalli di battaglia: che concerto dei Priest sarebbe senza Painkiller e Living after midnight?

Nonostante la mezzanotte sia ancora ben lontana, questa volta siamo davvero giunti alla fine di un concerto abbastanza breve ma molto intenso: non c’è storia per nessuno, i Metal Gods sono ancora vivi e vegeti e questa serata ha messo a tacere le perplessità di chi temeva ormai il peggio. Menzione d’onore per Richie Faulkner, che nello show di Rho nel 2011 era ancora fresco d’ingresso ma questa sera ha saputo non far rimpiangere lo storico chitarrista K.K. Downing. Glenn Tipton è come sempre una garanzia e Halford fa ancora scuola a sessantatrè anni compiuti. Null’altro da aggiungere se non…Rock hard, ride free!