Summer Breeze 2015
Day 1
a cura di: The Sentinel
2015-09-10

La brezza estiva torna a soffiare su Dinkelsbühl dal 12 al 15 agosto, trasformando per la diciottesima volta questo scorcio da cartolina immerso nel verde e nella quiete della Baviera in un ritrovo di circa 35.000 metallari giunti qui ancora una volta per celebrare i propri gruppi preferiti.

Il bill è ricco e variegato, composto da 120 band distribuite su quattro palchi. Il Pain e il Main Stage, posti uno di fianco all’altro, sono dedicati agli headliner e ai gruppi con l’audience più vasta; il T-Stage si rivolge prevalentemente agli amanti del metal estremo e il piccolo Camel Stage ospita i gruppi emergenti. Nonostante le ovvie sovrapposizioni di orario fra i diversi palchi, le esibizioni sui due principali si svolgono sempre in modo alternato, scelta inevitabile per evitare il disturbo sonoro che ne conseguirebbe.

Perso con immenso dispiacere il cosiddetto warm-up del 12 agosto, che ha in cartellone formazioni di tutto rispetto fra cui i mitici thrasher DEATH ANGEL e gli astri nascenti BATTLE BEAST, il report racconta i tre giorni di festival vero e proprio nel segno dei miei gusti e della mia curiosità personale… motivo per cui gli amanti del brutal death possono risparmiarsi la fatica della lettura.

 

13 AGOSTO 

I TROLLFEST aprono le danze sul Main Stage in tarda mattinata deliziandoci con il loro folk metal capace di attirare un buon numero di spettatori nonostante il sole cocente e l’orario di esibizione. Gli incomprensibili testi in trollspråk, l’immaginaria lingua dei troll che mischia tedesco e norvegese, non rendono certo meno godibile uno show dominato dai brani del recente “Kaptein Kaos”. La conclusione viene invece affidata ad Helvetes hunden garm, che ci riporta indietro al disco d’esordio pubblicato esattamente dieci anni fa. Sottofondo perfetto per un bel brindisi a base di idromele.

Si rimane nel nord Europa ma si cambia decisamente genere con le THE SIRENS, nome che racchiude tre belle ex voci di altrettanti gruppi gothic-symphonic che nel corso degli anni Novanta hanno contribuito a sdoganare il fenomeno delle female-fronted band. Si tratta di Kari Rueslåtten (The 3rd And The Mortal), Anneke van Giersbergen (The Gathering) e Liv Kristine (Theatre Of Tragedy). Le rossa, la mora e la bionda dimostrano di sapere il fatto loro, coinvolgono il pubblico, duettano fra loro e danno adeguato spazio sia alle rispettive carriere soliste (Vervain, Treat me like a lady, Ride) sia a brani delle loro band d’origine (Image, Saturnine, Death hymn). Brave, nonostante sia lecito pensare che un trio del genere possa essere una mera trovata commerciale.

La pausa pranzo trascorre velocemente con il sottofondo dei MEGAHERZ, gruppo tedesco che potrebbe piacere ai fan dei Rammstein; il pomeriggio inizia con un altro gruppo teutonico non molto conosciuto nel nostro Paese: i CORVUS CORAX. Cornamuse, oboe, percussioni, trombe, organistrum (ghironda) e atmosfere medievali sono gli ingredienti principali del loro successo, celebrato con un live album che ne riassume i 25 anni di carriera. Tra le danze (Spielmannstanz, Heiduckentanz) e le bevute (Venus vina musica, In taberna) trova spazio anche una coraggiosa cover di Twilight of the Gods degli Amon Amarth.

Dopo questa piacevole scoperta sono già le tre del pomeriggio, nonché picco di calore di questa torrida prima giornata….quindi cosa c’è di meglio per rinfrescarsi se non litri di birra? Con i TANKARD sul palco, primi ad esibirsi fra i Big Teutonic Four, l’acqua è infatti assolutamente bandita. Il brindisi sulle note di R.I.B. (Rest in Beer) e A girl called cerveza è d’obbligo, ma non prima della micidiale apertura sulle note di Zombie Attack, che con il suo riff semplice ma devastante ci riporta indietro di quasi trent’anni, così come The morning after e Chemical invasion. Gerre, Andreas, Frank e Olaf non si risparmiano con il proprio pubblico, molto partecipe durante tutto il concerto e definitivamente scatenato sulle note della conclusiva (Empty) Tankard, vero e proprio inno con un refrain cantato a squarciagola da tutti.

Circa un’ora dopo il termine dello show dei Tankard, il palco tocca ai DESTRUCTION, secondo gruppo dei Magnifici Quattro. I macellai guidati dal carismatico Schmier propongono una scaletta che non fa prigionieri, da Curse the Gods a Total desaster, passando per Thrash‘till death e Bestial invasion….senza tralasciare ovviamente il loro anthem Mad butcher.

Sempre sul Pain Stage arriva il turno dei SODOM di “Zio” Tom Angelripper accompagnato dai fedeli Bernemann alla chitarra e Makka dietro le pelli. Non avendo nessun album da promuovere, già in apertura il trio sfodera una delle proprie cartucce migliori, ovvero l’immortale Agent Orange, su cui però si verifica qualche problema di audio che ne penalizza l’esecuzione. Lo stesso si ripete durante Surfin’ Bird, ma poi fortunatamente la situazione rientra e sulle note di Outbreak of Evil /The saw isthe law si scatena il delirio. La scaletta si confermaottima e va a pescare il meglio di molti album storici della band: Sodomy and lust, Nuclear winter e la micidiale Napalm in the morning non hanno davvero bisogno di presentazioni. L’Agente Arancione torna protagonista con Remember the fallen e con il gran finale affidato ad Ausgebombt. La carriera ultratrentennale dei Sodom sembra destinata a non arrestarsi nonostante l’avanzare dell’età: la band è veramente in stato di grazia, anche se l’interazione con il pubblico è sembrata a tratti un po’ fredda. Da vedere obbligatoriamente almeno una volta nella vita, per ogni thrasher (e non) che si rispetti.

Passata la furia distruttrice di Tom Angelripper e soci, si cambia decisamente stile con gli OPETH, chesenza sorpresa propongono ancora una scaletta improntata sul loro nuovo corso, che ha abbandonato la vena death degli esordi per focalizzarsi unicamente su quella progressive. Se certamente “Morningrise” e “Orchid” sono ormai un’utopia, anche “My arms, your hearse” e “Still life” sembrano essere un lontano miraggio. Si comincia quindi con l’ultimo nato “Pale Communion” (Eternal rains will come e Cusp of eternity), si proseguecon The Devil’s orchardHeir apparent, tratta dallo scialbo “Watershed”. Oltre a The drapery falls (sempre sia lodato “Blackwater Park”), i momenti migliori si hanno alla fine: The grand conjuration e Deliverance offrono un assaggio degli Opeth di una volta. Ma intendiamoci: nonostante le mie riserve sulla setlist, l’esecuzione da parte dell’intera band è impeccabile come sempre, da applausi in particolare Axenrot e Svalberg. Åkerfeldt se la cava sempre benissimo sia con il cleanche con il growl ed è un intrattenitore nato (con il pubblico del Summer Breeze  sfoggia un humour molto british, più composto rispetto a quando viene in Italia), ma potrebbe accantonare un po’ le manie da primadonna senza continuare ad accantonare i capolavori del passato.

Dopo un gruppo a me arcinoto come gli Opeth, passo ad un altro che sono curiosa di approfondire e che si rivela una piacevolissima sorpresa nonchè highlight di questa prima giornata: i SALTATIO MORTIS. Freschi di pubblicazione dell’album “ZirkusZeitgeist”, i tedeschi festeggiano questa sera i loro quindici anni di attività con uno show davvero godibile, allegro ed accompagnato da uno spettacolo pirotecnico espressamente richiesto per l’occasione. Non ci vuole molto per rendersi conto di quanto la band sia apprezzata e conosciuta in patria tendendo ad escludere involontariamente i presenti di altre nazionalità: i testi sono infatti esclusivamente in tedesco e l’interazione molto frequente con il pubblico avviene esclusivamente in lingua madre anziché in inglese. Poco importa, perché il folk dal sapore medievale proposto dai Saltatio Mortis utilizzando strumenti dell’epoca, nonostante la tetraggine che il nome potrebbe evocare, sprigiona allegria e voglia di ballare da ogni singola nota. Oltre ai brani nuovi Wo sind die Clowns e Willkommen in der Weihnachtszeit che, come suggerisce il titolo, ci proietta già avanti di quattro mesi sul calendario, i momenti migliori si hanno sulle note di Früher war alles besser, Eulenspiegel, Spielmannschwur, Uns Gehoert die Welt, Sieben Raben, Prometheus, per non parlare dell’irriverente Wachstum über alles. Non c’è quindi da stupirsi se l’ora e dieci prevista per l’esibizione voli via in un soffio. Più che una “danza di morte”, questo show è un vero e proprio inno alla vita, una grande sagra di paese come solo i tedeschi sanno fare.

Siamo ormai quasi alla fine di questa prima giornata e ancora una volta si cambia decisamente atmosfera in attesa dei KREATOR, ultimo gruppo dei Big Teutonic Four. Le luci rosse sul palco si sposano bene con le tematiche molto forti affrontate nei testi e riprese con alcune immagini proiettate sul palco durante l’esibizione. Se i Sodom hanno narrato tante volte gli orrori della guerra e in particolare quella in Vietnam, i Kreator si spostano su un piano più universale: Phobia, Black Sunrise, Pleasure to kill, Suicide terrorist, Violent revolution sono allo stesso tempo delle micidiali rasoiate di thrash metal e una riflessione sui tanti orrori e sulle forme di violenza sempre più diversificate a cui dobbiamo assistere ancora oggi. Mille Petrozza e soci sanno trascinare magistralmente in un universo apparentemente parallelo ma che invece è di un realismo disarmante. Crudi, diretti, tecnicamente impeccabili, i Kreator ci regalano uno dei migliori show della giornata sia a livello di prestazione che di effetti speciali. Unica pecca non imputabile alla band: sarebbe stato bello vedere Tankard, Sodom e Destruction salire sul palco con loro come era accaduto in altra sede per i “gemelli” americani Anthrax, Slayer, Megadeth e Metallica nel 2011…se perfino Mustaine ed Hetfield sono riusciti a condividere lo stesso spazio vitale per pochi minuti, perché non ripetere l’esperimento?

Nonostante sia passata la mezzanotte, ci sono ancora le forze per spostarsi velocemente dal Main al Pain Stage per il concerto degli AMORPHIS. La setlist è incentrata sul loro secondo full-length “Tales from the thousand lakes”, di cui viene celebrato il ventesimo anniversario (in realtà è stato pubblicato nel 1994) eseguendolo interamente. Si parte con la bellissima strumentale Thousand lakes, seguita da Into hiding che crea immediatamente il mood giusto. Ma è con Black winter day, piccolo classico del gruppo in cui la tastiera e un growl oltremodo sofferto si sposano in modo particolarmente virtuoso, che viene raggiunto uno dei momenti migliori. Le tracce scorrono via una dopo l’altra e Magic and mayhem chiude l’esecuzione del suddetto album, ma il concerto non è ancora finito: la brevissima strumentale Karelia, tratta dal debut album “The Karelian isthmus”, fa da preludio a tre brani di “Elegy” (Better unborn, Against windows, My kantele). Le note di Folk of the north chiudonoun’ora e un quarto di atmosfera unica, che si sarebbe persa completamente con la luce del giorno.