Summer Breeze 2015
Day 2
a cura di: Alonestaff
2015-11-06

14 AGOSTO

Dopo le poche ore di sonno ed una mattinata dedicata prevalentemente allo svuotamento del portafogli nel metal market, comincia un’altra giornata molto ricca…e calda, almeno per il momento. 

Il “true Scottish pirate metal” degli ALESTORM raduna una folta schiera di fan agghindati con bandane ed altri accessori a tema, tutti pronti per un’oretta di spensieratezza e divertimento alcolico. Dopo l’apertura con Walk the plank, i nostri snocciolano una dopo l’altra The sunken Norwegian, Shipwrecked, Magnetic north,That famous ol’ spiced, Nancy the tavern wench fra crowdsurfing, gag con il pubblico e ritornelli cantati all’unisono, come quello orecchiabilissimo di Drink…non stiamo parando di rum ma sempre di birra, sulla falsariga dei Tankard ventiquattro ore prima. La danzereccia Rumpelkombo e Captain Morgan’s revenge,concludono la setlist. Piacevoli, divertenti nonché adattissimi all’atmosfera festosa del festival, gli Alestorm sono ovviamente debitori al Rock N’Rolf dei tempi migliori, ma comunque promossi a pieni voti.

E’ tempo di spostarsi verso il Pain Stage per immergersi nelle atmosfere settantiane dei KADAVAR. Il trio offre al pubblico del SummerBreeze un assaggio dell’ultima fatica “Berlin”, omaggio alla propria città d’origine e pubblicato pochi giorni dopo il termine del festival. L’opener Lord of the sky, l’oscura Into the night, la malinconica Thousand miles away from home mostrano una band in stato di grazia e capace di stupire. C’è spazio anche per alcune tracce del precedente album “AbraKadavar”, tra cui spiccano la splendida Doomsday machine, omaggio palese ma niente affatto banale ai Black Sabbath, e l’impronta stoner di Come back life. I Kadavar dimostrano di avere la freschezza giusta per portare avanti una discografia ancora giovane ma promettente, nonostante il rischio di scadere nella banalità in una scena già satura di gruppi come la loro sia dietro l’angolo.

Nel frattempo è tutto pronto sul MainStage per un gruppo molto atteso, che nei suoi vent’anni di attività ha saputo conquistarsi uno zoccolo sempre più duro di fan: gli ENSIFERUM. I finlandesi sono qui per promuovere il recente “One man army”, da cui vengono subito eseguite in sequenza l’intro March of war, la potente Axe of judgement, la title-track e successivamente Warrior without a war e la spensierata Two of spades.Ma anche in virtù dei giudizi controversi ricevuti già dopo Unsung heroes, i brani nuovi non sembrano decollare completamente nemmeno dal vivo lasciando aperta qualche domanda nonostante la prova della band sia comunque buona. Va un po’ meglio nella parte restante della setlist che va a rispolverare il loro passato più o meno recente: Treacherous gods, Burning Leaves, Lai LaiHei, From afar e soprattutto la festaiola Twilight tavern hanno una presa maggiorenonostante si tratti di brani molto diversi tra loro, che abbracciano le diverse anime degli Ensiferum fra cori, doppia cassa ed intermezzi di tastiera.

Nel frattempo il cielo si fa sempre più scuro e i megaschermi ai lati del palco fanno comparire ad intermittenza un’inquietante allerta meteo che, una volta terminata l’esibizione dei finlandesi, costringe a correre verso l’area campeggio per ripararsi. Fortunatamente si tratta di un temporale senza conseguenze e soprattutto senza fango, che rinfresca un po’ il clima torrido e non fa saltare nessuna delle band previste nel bill ma comporta uno slittamento degli orari.

Fra i gruppi impattati dal ritardo ci sono i SEPULTURA, scelti all’ultimo momento per sostituire i Mastodon, ma l’attesa è ben ripagata da uno show coi fiocchi. Sappiamo tutti perfettamente che l’era Cavalera è morta e sepolta, nonostante ciò il fascino del monicker perdura nel tempo ed ascoltare il meglio della trentennale carriera dei brasiliani fa comunque un certo effetto. I “superstiti” Paulo Jr ed Andreas Kisser insieme al batterista Eloy Casagrande creano un micidiale muro sonoro in cui l’energumeno vocalist Derrick Green non fatica ad inserirsi. Si parte con Troops of doom e seguono, fra le altre, Propaganda, Breed apart e Sepultura under my skin. Il meglio del meglio, ovvero Territory, Arise, Refuse/resist viene affidato alla seconda parte della setlist…ma l’apice viene raggiunto con Ratamahatta e Roots bloody roots, vera e propria chiusura col botto di uno degli show più sorprendenti di questo Summer Breeze. Applausi.

Dopo una cena con i TRIVIUM come sottofondo, questa sera l’onore di aprire le danze sul Main Stage tocca ai POWERWOLF, fautori di un power molto “liturgico” soprattutto grazie all’organo e agli echi latineggianti con cui infarciscono molte canzoni. Il tutto senza particolari virtuosismi né pretese, ma piacevole all’ascolto e molto d’impatto grazie alle scenografie che ci proiettano dentro un’immaginaria cattedrale, al corpse painting e ad un’ottima attitudine on stage. I Powerwolf giocano in casa e sono freschi di pubblicazione di “Blessed & possessed”, due elementi sufficienti per gremire lo spazio antistante al palco come e più dei Saltatio Mortis la sera precedente. Già dalle prime note dell’irriverenteSanctified with dynamite si scatena l’inferno, ma anche i nuovi brani come Armata strigoi e Army of the night riscuotono un buon successo. Il resto della setlist è molto focalizzato sul penultimo album in studio nonché maggiore successo della band, “Preachers of the night”: Coleus sanctus, Amen & attack, Kreuzfeuer e In the name of god (Deus vult) vengono cantati a memoria da buona parte del pubblico presente. Altri momenti topici sono Resurrection by erection e Werevolves of Armenia, nonchè i continui siparietti inscenati dalfrontman Attila: fra benedizioni con l’incenso, battute rigorosamente in tedesco e una gara con il tastierista Schlegel che divide il pubblico in due metà esatte per verificare quale delle due sappia farsi sentire di più, il divertimento è assicurato. Purtroppo il tempo a disposizione dei Powerwolf sta per scadere, ma c’è ancora spazio per We drink your blood e Lupus dei. Uno spettacolo nello spettacolo, che si chiude fra gli ululati ad una luna non troppo piena.

Si avvicina la fine di questa seconda giornata e sul Pain Stage sta per iniziare un altro rituale non meno dissacrante rispetto a quello dei Powerwolf,anche se il genere suonato è totalmente diverso. I CRADLE OF FILTH giocano sull’effetto sorpresa: anziché dedicarsi alla promozione del recentissimo “Hammer of the witches”, concept dedicato ad inquisizione e stregoneria di cui viene eseguita solamente Right wing of the garden triptych, gli inglesi scelgono di scavare a ritroso nella propria discografia proponendo una scaletta di tutto rispetto. Ottima l’apertura con At the gates of Midian /Cthulhu dawn, ma c’è spazio anche per Cruelty and the beast (da “Cruelty bought three orchids”), Godspeed on the devil’s thunder (“Honey and sulphur”) e per branipiùrecenti come Nymphetamine; notevole anche il finale con Her ghost in the fog seguita da From the cradle to enslave. Altri due punti di forza dello show sono gli intermezzi delle ragazze-mangiafuoco travestite da vampiri e la performance complessiva della band, che nonostante l’uscita dello storico chitarrista Allender e gli altri cambi nella line-up non ha dato segni di cedimento. Non si può invece dire lo stesso di Dani Filth, fastidioso sia negli atteggiamenti che nell’utilizzo della voce tanto da rendersi insopportabile dopo pochi brani. Peccato anche per la mancata opportunità di proporre dal vivo qualche brano in più di “Hammer of the witches”, soprattutto vista la buona qualità rispetto agli scivoloni di “Manticore and otherhorrors” e “Midnight in the labyrinth”.

E così, nell’ombra di una notte molto più fredda della precedente, si conclude per la sottoscritta il secondo giorno di festival.