Fosch Fest 2011
a cura di: Banshee
2011-08-24

La terza edizione di questo festival made in Italy si preannunciava piena di soprese sin dall’annuncio ufficiale del bill: oltre ai nostrani FolkStone, tra gli organizzatori dell’evento, troviamo i finlandesi Koorpiklani e, per la prima volta in Italia, gli svedesi Månegarm, che ho avuto la fortuna di intervistare prima del loro live show.

La particolarità assoluta di questo festival è l’assenza di entrata a pagamento: escludendo gli onestissimi €5 a testa per il campeggio, l’ingresso è gratuito e i prezzi di cibo e bevande è assai più conveniente rispetto a quelli trovati, ad esempio, al Gods of Metal.

Quella di quest’anno è stata inoltre la prima edizione distribuita in due giorni, conferendo all’evento ulteriori punti a suo favore.

Il bill del primo giorno è stato il seguente: Krampus, Diabula Rasa, Ancient Bard e Månegarm.

I Krampus sono un gruppo italiano formato da otto elementi; si presentano nella tipica mise folk-pagan con tanto di pittura da guerra, ma al di là dell’apparenza non riescono del tutto a soddisfare: la loro performance risulta leggermente acerba, e a giudicare dalla data di formazione (2009, ndr) potrebbe essere colpa del fattore esperienza. Rimandati a Settembre!

Seguono poi i nostrani Diabula Rasa, che di live alle spalle ne hanno molti: il primo CD è stato pubblicato nel 2005 quando suonavano ancora sotto il nome Tabula Rasa, modificato poi al cambio di formazione. A differenza del gruppo di apertura convincono maggiormente e, nonostante il pubblico sia ancora abbastanza spento anche a causa del caldo afoso, superano la prova. L’unico appunto che farei riguarda la bassista Samantha: per quanto risultasse a tratti convincente, tendeva a stonare e stridere in molti punti. Probabilmente non possiede una tecnica solida e il risultato è piuttosto sgradevole.

È poi il turno degli Ancient Bards, sempre provenienti dal Belpaese. La cantante Sara Squadrani è la dimostrazione di quanto l’aspetto fisico e la taglia 40, senza una buona preparazione vocale, sul palco valgono quanto un pugno di sabbia. Colpisce subito la sua potenza e sicurezza anche negli acuti più difficili, ma scade spesso nel tipico cantato italiano “alla Fabio Lione”, con gorgheggi e vibrato ridondanti e alla lunga fastidiosi. In generale, tutti e sei dimostrano di essere egregi musicisti (nota di merito al chitarrista solista veramente impressionante), ma la loro musica pare una copia sbiadita dei Rhapsody: le canzoni non paiono troppo differenti l’una dall’altra per chi li ascolta per la prima volta, i temi sono i consueti orchi-maghi-draghi e sinceramente penso ci siano già abbastanza gruppi su questa linea d’onda.. insomma, impressionano per la tecnica, ma non per la loro musica. Forse, staccandosi dal filone rhapsodyano e concentrandosi su qualcosa di più personale e nuovo, potranno rivelarsi una vera e propria perla.

Ore 22 circa, inizia il vero show: salgono sul palco i Månegarm, con cui ho avuto il piacere di parlare qualche ora prima del concerto, e spazzano via chiunque e qualunque cosa. Gli svedesi si rivelano una vera e propria bomba che esplode immediatamente, coinvolgendo chiunque nel pubblico. Oltre alla fortuna di vederli dal vivo per la prima volta in Italia, ci è stata anche data la possibilità di goderci in sede live una canzone in anteprima, nonché la prima in inglese mai presentata. Quest’ultima, intitolata Into eternity, forse anche per la maggiore facilità per il pubblico di cantare le loro canzoni, riscuote un enorme successo e nessuno avrebbe voluto che scendessero mai da quel palco. La scaletta si rivela infatti abbastanza breve, come purtroppo è da mettere in conto quando si assiste a un concerto all’interno di un festival. Sicuramente i migliori della prima giornata, personalmente primi pari merito con i FolkStone di entrambe. Speriamo tornino presto nel nostro paese.. e stavolta da headliner!

 

I concerti del secondo giorno si aprono con gli Ad Plenitatem Lunae, seguiti poi dai Mater Dea; all’esibizione dei primi non ho potuto assistere che da lontano, nell’area cucina, per cui non mi sento di poter esprimere un particolare giudizio. Sui Mater Dea invece ho parecchie riserve: forse da CD risultano più convincenti, ma la loro performance è stata alquanto deludente, in primis per le performance canore quasi soporifere e tecnicamente per nulla esaltanti. Ne risulta uno show abbastanza piatto, che porta a non capire la loro musica, probabilmente più apprezzabile nella propria camera che a un festival sotto il sole.

Seguono i Kalevala, da me già visti in precedenza sempre insieme ai FolkStone; gli emiliani sanno il fatto loro e propongono uno show convincente e coinvolgente, che stacca con decisioni dalle band precedenti. Apprezzatissima la cover di Ballo in FA# minore  di Branduardi, che ci ricorda che il folk non è solo barbari, birra e caccia ai cristiani. Prestazione ottima e piacevole che ha scaldato gli animi quanto bastava per il successivo concerto.

È infatti il turno degli Heidevolk: il Fosch Fest si accende definitivamente anche nella giornata di sabato. Nonostante siano stati penalizzati dal pessimo sound, si sono infatti dimostrati tra i migliori performer della due giorni bergamasca: duri quanto basta e resi particolari dal cantato pulito/sporco a duetto di Joris e Mark, gli olandesi si destreggiano in uno show distruttivo che infuoca gli animi dei presenti. Un’ottima prestazione che lascia spazio a un’ora e mezza di break prima che salgano sul palco i veri protagonisti della giornata: i FolkStone.

Nonostante i ben più blasonati Korpiklaani fossero gli effettivi headliner della serata, i FolkStone sono in realtà il gruppo che tutti attendono. Tra le varie critiche che ho sentito rivolte ai nostri, c’è quella secondo cui i loro concerti sarebbero tutti troppo simili, le frasi del Lore troppo demagogiche, la loro musica non genuinamente medievale. La mia risposta in merito non può essere scritta per decoro, ma quando i bergamaschi salgono sul palco c’è poco spazio per chiacchiere inutili. Avvantaggiati da un sound a regola d’arte a parte i primi intoppi iniziali, lo show che ci propongono è particolarmente esplosivo anche per la consueta carica del gruppo: non deludono e riescono ad accattivarsi la benevolenza di diverse migliaia di persone accalcate intorno al palco. Non mancano inoltre i brividi sulla stupenda Anime Dannate, sicuramente tra le canzoni più riuscite dei FolkStone. Le uniche pecche riguardano le voci: Lore impiega qualche brano prima di riuscire a scaldarsi per bene, e Roby dopo un attento ascolto non risulta così tagliata per impugnare il microfono durante Un’altra volta ancora.

E si arriva infine agli ultimi artisti del Fosch Fest, i tanto attesi Korpiklaani. Premetto che sono stata una grande fan del gruppo per anni, prima del deludente Karkelo, e non avendo mai avuto la possibilità in precedenza di assistere a un loro show, ero decisamente curiosa di vedere cosa avrebbero saputo fare. Mi sono dovuta però ricredere, poiché si sono rivelati una delusione su praticamente ogni fronte. Nonostante la presenza di buoni musicisti, il batterista perdeva spesso il tempo, Jonne – senza dubbio ubriaco – si abbandonava a viaggi psichedelici in intonazioni tutte sue (da dimenticare inoltre il sing along su un pezzo techno di qualche anno fa) e la decantata carica live della band è stata del tutto assente, rendendo lo show spento e monotono. Inoltre, la scelta dei pezzi è stata a dir poco opinabile, tanto che pezzi storici come Happy little boozer o Tuli Kokko sono stati soppiantati da canzoni insipide come Tequila. Può essere divertente cantare tre canzoni di fila a tema alcolico (Tequila - Vodka - Beer beer), ma l’impressione è che i Korpiklaani abbiano dato fondo alla loro capacità di scrivere – e proporre – brani d’atmosfera e coinvolgenti, a favore del lato “beone”, simpatico ma alla lunga un po’ squallido.

In conclusione, questa terza edizione del Fosch Fest è stata un assoluto successo, coronato anche e soprattutto dagli ottimi prezzi di cibo e bevande e dal servizio che, come ha giustamente sottolineato il Lore, è stato del tutto volontario: chi ha lavorato lì in quei due giorni, per intenderci, non è stato assunto né pagato da nessuno, ma si è presentato di sua spontanea volontà per dare una mano – e per aiutare a mantenere gratuito questo grandioso festival che sicuramente non farà che crescere e stupire sempre di più.