Death In June
20/10/2011 Roma
a cura di: Princess Vampire
2011-11-07

Sono passati ben nove anni da quando i Death In June si sono esibiti per l'ultima volta nella Capitale: era il 2002 e l'apocalisse non era nell'aria come oggi. La furia degli elementi ha bloccato la città per un'intera giornata e lo scenario disastroso di strade e metropolitane allagate, isteria collettiva e traffico congestionato non può essere migliore per l'esibizione di Douglas P. e John Murphy. Sul palco del Qube sfila già il drappo nero della leggendaria formazione inglese quando nella grande sala gremita di gente iniziano a echeggiare le prime note della musica dei Solar Lodge. La band di Enrico Angarano, conosciuta ormai come Solar Orchestra, ritorna alla vecchia denominazione in un impeto nostalgico, in linea con l'elettro-rock vintage, algido e spaziale che propone, ipnotizzando il pubblico con evanescenti proiezioni e psichedelie plastiche e ammalianti. Seguono i partenopei Argine, la cui ormai collaudata classe non perde un colpo tra la voce partecipe e sofferta del vocalist Corrado Videtta allo struggente e appassionato violino di Edo Notarloberti, che conferiscono al folk/post punk essenziale e poetico dell'ensemble una vena profonda e affascinante. Completamente inedita, invece, la partecipazione di un giovanissimo cantante dalla voce bianca, quasi femminea, presenza spiazzante quanto incisiva. Ed ecco che il palcoscenico viene occupato da due inquietanti figure, coperte da un impermeabile di un bianco accecante e da una nivea maschera dal volto contratto da una smorfia di sofferenza: Douglas P. e John Murphy, quel che resta dell'ossatura dei Death In June, con pochi e spartani strumenti iniziano a battere ritmicamente il motivo di “Till The Living Flesh Is Burned”, storico brano del primo album, mandando in visibilio il pubblico, che durante tutta l'esibizione sarà estremamente partecipe. Ben presto la maschera di Douglas lascia il posto al volto di un uomo attempato, che pure conserva ancora nello sguardo la sinistra luce malinconica dell'artista oscuro e visionario: i tamburi di John Murphy battono senza sosta, la voce di Pierce resta carica di suggestioni. L'artista inglese appare rilassato più che sfiancato e poco presente – come molti sosterranno al termine del live – e si rivela propenso a indugiare in sinuosità melodico-acustiche inedite e senza dubbio gradevoli, intrise di un certo decadente romanticismo, e a giocare con classe usando i suoi stessi stilemi con maestria e disinvoltura. La scaletta abbraccia l'intera carriera dei Death In June: “Ku Ku Ku”, “The Honour Of Silence”, “Fall Apart”, “Leper Lord”, “Little Black Angel”, “Behind The Rose (Fields Of Rape)”, “Rose Clouds Of Holocaust”, “All Pigs Must Die”, “To Drown A Rose”, “Hollows Of Devotion”, “Peaceful Snow”; mentre il trittico “What Ends When The Symbols Shatter?”,“Heaven Street”, “C’est Un Rêve” si snoda elegantemente per un acclamato bis finale. Un ritorno in chiaroscuro, complesso, forte e appassionato come i suoi protagonisti.