Ulver @ Circolo degli Artisti 11/11/11
a cura di: Nasdey
2011-12-07

 

Gli Ulver, noi, li aspettavamo da quando lo scorso febbraio non riuscimmo a trovare un treno che ci portasse fino a Ravenna, dove “i lupi” avevano messo tende... e amplificatori per una sera.  L’attesa di nove mesi e la delusione di aver perso il primo incontro, ci rendeva assetati di musica come se non ne bevessimo da tempo. E in effetti era la nostra prima volta con i versatili norvegesi.

 

Ci eravamo muniti di belle intenzioni e li aspettavamo, ansiosi, accompagnati da una voglia di musica e curiosità che ci riempivano gli occhi. E che cosa dovessero essere gli Ulver quella sera era tutto lasciato all’incertezza dovuta alla loro cagionevole carriera. Prima di entrare, una passeggiata tra le terrazze del giardino del Circolo ci distrae dall’effettivo inizio del concerto. Distorsioni amplificate in lontananza ci catapultano all’interno della sala che, ancora poco affollata, stava già ospitando Stian Westerhus, chitarrista norvegese alla prese con una performance spasmodica e di alto livello dove la natura meccanica messa in scena dalle corde della sua chitarra ci preparava allo spaesamento ambientale che avrebbe trovato l’apice con gli Ulver. Quasi una messa in scena teatrale, con tanto di scenografia cromatica che accompagnava le vibrazioni sintetiche di quella musica che stavamo appena conoscendo e che tanto ci stava piacendo. 

 

Giusto il tempo di una birra, qualche fotografia e non ci eravamo resi conto che la sala era quasi satura di gente: tutti in attesa della discesa dei lupi. Ed eccoli questi lupi. Queste figure così reali che fino ad ora avevamo immaginato virtualmente, si dispiegano sul piccolo palco e ci salutano. Primi problemi con l’amplificatore e il bassista ha già ingerito la sua dose di disagio. Quello che forse, ad alcuni, hanno trasmesso suonando per soli sessanta minuti scarsi. Senza rimorsi forse, senza scuse ulteriori, i nostri abbandonano la folla assetata di musica poco dopo un’ora dall’inizio del concerto. Discutibilissima la scelta. Nonostante tra il pubblico si inneggiasse a Perdition City fin dall’inizio del concerto, era ovvio che War Of The Roses avrebbe avuto la meglio. Quattro pezzi in scaletta su undici sono proprio del nuovo album e non a caso lo spettacolo ha inizio proprio con February MMX, primo estratto della tracklist dell’album; a seguire Norwegian Gothic, sempre dello stesso. England, September IV e poi finalmente Lost in Moments e Porn Piece Or The Sc ar Of Cold Kisses Piece 2, il momento forse più atteso. Perdition City non delude mai. 

 

Sperimentazione e improvvisazione; di sicuro l’apice del concerto. Un momento durato quanto basta per dimenticare di esistere in questa realtà e rivivere in un mondo sintetico, fatto di suoni, colori e luci che ti fanno strada in questo trip ambientale e mentale. C’è chi ha chiuso gli occhi accanto a me.Tutto, dal boato della batteria ai giochi sintetici degli artifici musicali rendevano reale tutto quello che ci passava per la testa nel momento in cui la musica attraversava le nostre orecchie e si riversava nel nostro cervello. Un trasporto plurisensoriale riuscitissimo, degno. Peccato sia durato così poco. Un risveglio traumatico quello che a cui assistevamo, quasi una brusca uscita da un transfert. 

 

Le scenografie erano ambienti marini in tempesta, boschi e volti e aiutavano molto chi aveva deciso di tenere gli occhi aperti e di lasciarsi coinvolgere senza dover immaginare qualcosa davanti a sé. C’erano stimoli per tutti. A seguire ancora un brano da War of the Roses, Island, per poi fiondarsi su sonorità a ritroso negli anni come Darling Didn’t We Kill You?  dall’ep del 1998 Silencing the singing.  C’è stato spazio pure per Blood Inside dove For the Love of God e la finale In The Red hanno reso onore al sesto lavoro dei norvegesi. Tra i due brani una cover dei The Trogss, 6654321, rende il tutto più rockeggiante e qualcuno ride sul vezzo ignoto che i musicisti ci hanno (o si sono?) regalati.  Un viaggio sonoro intenso, sicuro di sé, ma che con la sua breve durata ci lascia il sapore di qualcosa che aspettavamo di gustare deludendo le speranze di chi come noi, gli Ulver, li aspettava da tempo. Ed è troppo poco questo loro tempo, così poco che il palco si svuota, rimane lì, ancora pulito e intatto come qualche ora prima, come se qualcuno dovesse ancora calpestarlo.