HELLFEST 2012 @Clisson (Fr) I PARTE
a cura di: DeaOrtolani
2012-06-24

 

Per celebrare i sei anni di attività, quest’anno l’Hellfest ha deciso di sorprendere con effetti stupefacenti mantenendo il primato tra le migliori proposte dei festival europei del panorama estremo e non. Chi non ha fatto mai capolino neanche una volta nella verde e rigogliosa valle di Clisson (la quale collabora apertamente con il Festival che ha confermato la location per i prossimi cinque anni), non può nemmeno immaginare come la musica e il vivere pacifico della gente vada a braccetto in armonia, cosa decisamente impensabile in Italia!

 

Se il 2012 deve essere l’anno della fine del mondo, gli organizzatori dell’Hellfest hanno decisamente giocato sull’aspetto scenografico dei main stages: da un lato una donna dietro ad una piramide Maya dal quale escono cavalli dell’apocalisse mentre nell’altro lato una figura maschile che legge una predizione con di fronte simboli della Massoneria (compasso e cerchio) e l’occhio centrale degli Illuminati. Insomma chiari riferimenti ad una vera e propria Apocalisse musicale che ci aspettava a braccia aperte per questo tour de force di tre giorni in una nuova location, con sei palchi per soddisfare anche i palati più esigenti e 157 bands che si sono susseguite senza grossi problemi logistici. La grossa novità di questa nuova edizione è stata l’idea di creare una sorta di tanti mini festival all’interno con la creazione di diversi palchi che ospitavano i generi più diversi: black pagan per il Temple, death grind per l’Altar, hardcore punk per Warzone, stoner/doom per la Valley mentre i main stages hanno ospitato celebrità come il ritorno del grandioso King Diamond, Guns N’ Roses, Ozzy & Friends, Machine Head etc.

 

 

 

 

VENERDI 15 GIUGNO 2012: THE KING IS BACK!

 

Inutile nascondere che il primo giorno, sia la stampa che lo stesso pubblico, non era nella pelle per vedere il ritorno ufficiale sulle scene del grandissimo King Diamond, costretto a circa due anni di riposo dopo un’operazione di triplo bypass che lo ha costretto a ripoo forzato. Purtroppo, la conferenza stampa annunciata per il pomeriggio è stata cancellata all’ultimo e questo ha aumentato ancora di più la curiosità di vederlo. Scelta personale o escamotage di marketing? Dopotutto il Re non ha rilasciato né interviste né conferenze negli ultimi tempi, mantenendosi sempre un alone di mistero intorno alla sua figura.

 

Ma procediamo per gradi e passiamo alla mattina di venerdì 15 giugno che ha visto aprire sul main stage 2 un gruppo francese che io già avevo sentito ed apprezzato: i Betraying The Martyrs che si muovono su un metalcore/deathcore abbastanza d’impatto che spero di rivedere in Italia forse con una data migliore rispetto a quella di Treviso (poco comoda per chi si muove su grandi distanze!). In contemporanea all’orario 10:30>11:00 nella Valley, si esibivano i Celeste, gruppo di Lione abbastanza di nicchia, che fonde elementi sludge/post-hardcore con elementi doom ed oscuri in mix davvero interessante. Nelle proposte mattutine bisogna ricordare anche gli americani Doomriders che hanno decisamente detto la loro con un approccio brutale sulle note più rock’n’roll e stoner da far rimpiangere anche i nostalgici del genere.

 

Per vedere gli Extinction of Mankind, collocati nella Warzone, mi sono infangata fino alle caviglie ma lo spettacolo ha decisamente meritato: si parte subito con “Life Should Mean Life” per proseguire con “Axe to Grind” che ha fatto tremare tutte le creste che erano sottopalco. Da citare sul main stage 1 il ritorno con tour europeo di Lizzy Borden che ormai porta scompiglio dal 1984 quando uscì “Give ‘em the axe”. Nella setlist la band (che ho poi incontrato personalmente nel backstage) ha proposto pezzi come “Me Against the World”, “American Metal”, “Tomorrow Never Comes” e “Red Rum” giusto per citarne alcune oltre a rendere omaggio ad una cover di lady Gaga (OMFG) che ormai viene sostenuta ed idolatrata anche dalla scena metal (no comment).

 

Ma passiamo alle cose serie. Mi basta dire solo due parole: Molly Hatchet. Sul palco del main stage 1 nel primo pomeriggio per riscaldare e far ballare sulle note di quel southern rock anni ’70 che non passa mai di moda e fa conoscere alle nuove generazioni cosa vuol dire fare dell’ottima musica. Con canzoni come “Whiskey Man”, “Bounty Hunter”, “Dreams I’ll never see”, “Beatin’ The Odds” si presentano come il migliore spettacolo di questa prima parte di giornata che ancora ha molto da mostrare!

 

Gli Orange Goblin salgono sul palco della Valley intorno alle 17 e vedere un loro spettacolo è come farsi un trip allucinogeno: partendo da “Acid Trial”, “Some You Win, Some You Lose”, “The Fog”, “Quincy The Pigboy”, “Blue Snow” e si chiude con “Scorpionica” che riaccende il pubblico in un tripudio di entusiasmo che conferma la band come una delle migliori nei live. Li avevo rivisti già un mese fa a Roma per lo Stoned Hand of Doom e, anche se la setlist è rimasta più o meno la stessa, ogni volta sembra come se i pezzi fossero nuovi di pacca e mai ascoltati prima. Potere della musica.

 

 

Il tardo pomeriggio è occupato da due conferenze stampa: la prima con i Lynyrd Skynyrd e la seconda con i Megadeth in presenza di un Dave Mustaine che ritarda di circa un’ora ma appare molto loquace e disponibile con i giornalisti che non tardano subito a domandare di come sia questa nuova fase per la band che ha visto il ritorno nella line up di David Ellefson, amico e compagno di lunga data di Mustaine, ritornato con la band in concomitanza dei vent’anni di Rust in Peace, riproposto difatti nel tour del 2010.

 

 

Appena uscita da questo doppio incontro, ho fatto una capatina d’obbligo a vedermi i Lynyrd Skynyrd che hanno ritirato fuori pezzi come “Sweet Home Alabama”, “Whiskey Rock-A-Roller”, “Saturday Night Special”, “Simple Man”, “Gimme Back My Bullets” colorando la serata di quel blues/southern rock che rimane un must per gli amanti e non del genere.

 

Si inizia a giocare pesante con i concerti della tarda serata: Cannibal Corpse in prima linea con uno show che li conferma i miei macellai preferiti. Si suda sangue e si respira la quintessenza del male con pezzi come “I Cum Blood”, “Hammer Smashed Face”, “Priests Of Sodom”, “Make them Suffer”, “Disfigured” che irrompono come martellate nette nella testa e la gente impazzisce con un body surfing selvaggio. Si prosegue con gli Obituary che avevo beccato una settimana prima a Roma e che ripropongono la solita scaletta che mi mette addosso un’agitazione molesta che mi porterà a perdere completamente la voce. Come star tranquilli quando ti suonano “Chopped in Half”, “The End Complete” o “Turned Inside Out”??? Solo un pazzo se ne starebbe fermo in un angolo buono e tranquillo. E non è il mio caso!

 

 

A fine concerto mi fiondo subito in zona main stage 1 perché King Diamond è in procinto di iniziare il suo spettacolo. Già da come è allestito il palco si deve ammettere che non solo il Re è tornato ma che rimane uno dei pochi showman in circolazione! Il suo non è un semplice concerto ma una vera e propria messa in scena con tanto di scenografia, ballerini, attori e lui che si pone come deus ex machina della questione tirando le fila di questo gioco. E si parte con “The Candle” e “Welcome Home” che riecheggiano il famoso cantato in falsetto per proseguire con “Voodoo”, “At The Graves”, “Sleepless Nights”, “Come To The Sabbath”, “Eye Of The Witch” e chiudere questa lunga setlist con “Black Horsemen”.