Total Metal Festival 2012 31 luglio @Toritto (BA)
a cura di: Alonestaff
2012-08-08

Testo a cura di Laura Costabile

 

 

 

Ultimo giorno di Luglio. Caldo asfissiante e temperature destinate decisamente a salire per uno di quei festival che lasciano il segno. Non il solito festival estivo; per coloro che ne hanno fatto parte ha rappresentato molto di più per svariati motivi. Uno di questi è senz’altro il merito di essere il più grande evento metal organizzato nel sud Italia (tristemente noto in quanto povero di siffatte iniziative) e attivo da oltre dieci anni contro ogni ostacolo e difficoltà (quella del pay to play è stata la polemica che ha afflitto l’edizione di cui tratteremo ma che non ritengo di affrontare in queste righe). Curiosando tra i bill delle passate edizioni del festival si vede come la qualità delle band proposte sia il punto di forza dell’organizzazione ma quello che ci aspetta quest’anno è una miscela decisamente esplosiva.

 

Con un ampio spazio dedicato a band emergenti (quanto ce n’è bisogno!!) si prepara il terreno a suon di chitarre distorte e blast beats per nomi come Sadist, Dark Funeral e i thrasher californiani (da poco di nuovo sulla cresta dell’onda con l’ottimo Dark Roots of Earth, targato Nuclear Blast) Testament. Il viaggio verso il parco storico che ospiterà il mastodontico evento comincia sotto i migliori auspici, alle prime luci dell’alba. Un paio d’ore di viaggio attraverso distese rossicce di terra arida nelle quali s’innalzano, fiere ed inquietanti, immense pale eoliche e giungiamo infine al luogo del fattaccio, dopo aver attraversato campi d’ulivo che ricordano le scene del più chiacchierato film di Mel Gibson. Sistemate le prime formalità vaghiamo curiosi studiando la location. Il parco è una ricostruzione realizzata fin nei minimi particolari di un antico villaggio medievale e, come promesso dall’organizzazione, vediamo allestire quelle che saranno le attrazioni per riempire i vuoti del lungo festival. Tiro con l’arco e soft air sono solo alcuni dei divertissement offerti dal TMF. Ottimo cibo e ottima birra (ad un prezzo irrisorio!) sono anch’essi punti molto importanti!

 

 

In attesa che si aprissero i cancelli ho vissuto una delle più belle esperienze della mia vita. Mentre i blackster svedesi tardavano ad arrivare (scopriamo in seguito che era per evitare di mostrarsi al pubblico ed alle altre band sprovvisti di facepainting) i Testament son tutti già nella loro tenda e, di tanto in tanto, non disdegnano una capatina all’aperto concedendoci amichevoli e lunghe chiacchierate (in special modo Greg Christian e l’imponente Gene Hoglan, che mi ha fatto sentire come una piccola Hobbit) nonché foto, autografi e belle risate.  Nonostante la bella location e l’ottima organizzazione si notano comunque alcune lacune, come il misero o meglio, inesistente spazio destinato alle 13 band emergenti che si son trovate costrette a disporre gli strumenti sul prato del retropalco e un po’ di ritardo accumulatosi per l’inizio del festival che, verso le 14.00 prende finalmente il volo. Il pubblico è già piuttosto numeroso anche se disperso alla ricerca di un piccolo angolo all’ombra dove trovare refrigerio, per cui i temerari discepoli del dio metallo che si ergono intrepidi vicino alle transenne sono relativamente pochi ma  lode a loro (!!).
 

 

Ad aprire la giornata di danze sono i siciliani With All the Rage. Simpatici dietro le quinte e rabbiosi sul palco, sono i fautori di un grande inizio tutto deathcore. La breve performance non gli ha reso giustizia ma speriamo di poterli riascoltare presto e al meglio. La scena passa ai miei conterranei Your Tomorrow Alone che presentano già un sound diverso accompagnato da un look decisamente più d’impatto. I tre pezzi proposti sono un bel mix di old school gothic/doom sulla scia di Paradise Lost e primi Anathema e il gioco delle doppie voci (growl e clean) è di grande effetto. I suoni sono perfetti, ma la qualità rimarrà sempre alta per tutta la durata del festival.  Dietro le quinte si aggiravano dei giovani musicisti che scopro poi essere gli Sleeping Shock, i quali giocavano in casa con un pubblico che li sosteneva abbastanza animatamente. Tecnicamente bravi, non mi hanno comunque entusiasmata eccessivamente. Ma la loro strada è ancora lunga. Di tutt’altra pasta sono fatti i campani Symbolyc, una macchina da guerra che ormai ben conosco, capacissimi di trascinare persino i pochi (e impigriti) partecipanti grazie al loro death crudo e brutale e grazie all’ottima performance del frontman Diego Laino.  Torniamo in terra pugliese con i conosciuti Subliminal Fear, sempre più ispirati dalla scena  death svedese. Di solito impeccabili, hanno mostrato invece qualche imprecisione nell’esecuzione dei pezzi in scaletta ma la performance è stata tutto sommato perfettamente godibile. Inconfondibili i romani Reapter e con loro torniamo alla scena thash statunitense con una bella e carica esibizione e si preannuncia già che l’atmosfera sta scaldandosi. Anche se immersa nell’ombra dei pini del parco ho apprezzato il loro stampo classico e il fatto di essere riusciti ad eccitare gli astanti.

 

I giovani Fake Mors li ricordo davvero poco (la giornata è stata lunga e ricca) ma anche la loro proposta si manteneva su un death tecnico arricchito da variazioni e sicuramente impreziosito dall’abilità dei giovani musicisti.  I Golem li ho seguiti invece con particolare attenzione. Ero incuriosita dalla strana foga del pubblico che evidentemente sosteneva i paladini della scena metal locale (alcuni fan particolarmente infervorati forse a causa del troppo alcool) e mi sono particolarmente concentrata sul loro spettacolo. I secondi a proporre l’accostamento della doppia voce hanno a dir poco infuocato gli animi con una performance, va detto, ottima. Notevole l’abilità del chitarrista e intrigante la struttura dei pezzi. Non male anche per la scelta del look “da bravo ragazzo” che ha creato un buon contrasto tra aspetto e musica. I Kenos calano dal nord per sputare in faccia al pubblico ancora un po’ di thrash  decisamente violento. Il pogo comincia con questi gruppi più agguerriti e non finirà se non a luci ormai spente. Un altro gruppo che  mi ha non poco colpito sono stati i Subliminal Crusher. La band umbra è una vera furia, animali da palcoscenico dalla prima all’ultima nota. Veri e propri veterani del thrash contano molto sull’aspetto trascinante del ritmo e dell’ottima voce di Steph, quel giorno in una forma perfetta.

 

 

Ci avviciniamo pian piano alla zona rossa del festival, ad annunciarne l’arrivo ecco che salgono sul palco i Methedras anche loro ben conosciuti sulla scena underground italiana. La proposta è tutto sommato quella che ha riempito le precedenti ore, rimaniamo sempre su un Death/thrash di stampo classico ma la loro esibizione è magistrale. Non si diventa famosi per niente. A sconvolgere l’andazzo della giornata tutto sommato sviluppatosi lungo un tema portante sono stati i milanesi Scream Baby Scream. Appena mettono piede sul palco per posizionare i pittoreschi attrezzi di scena, le voci tra il pubblico diventano sempre più animate. Quello che ci aspetta, visto il look dei musicisti, è qualcosa che definiremo, secondo il trend corrente, horror/shock rock. Make-up impeccabile, non mancano microfoni travestiti da flebo, maschere di sangue, teschi vari, zeppe di kissiana memoria (ma non azzardatevi a paragonarli ai newyorkesi), teschi vari, trucco alla Misfits (idem di sopra)….insomma, tutto sommato il loro lavoro (che richiama il miglior Manson e nuove tendenze alla Black Veil Brides) lo fanno anche bene ma erano un tantino decontestualizzati e forse (ma han dimostrato il contrario) impreparati ad affrontare i più puri metallari. Con tanto di finale pop, lasciano il palco dopo vari botta e risposta ai coloriti insulti del pubblico.

 

Tocca finalmente ad una della più belle realtà del metal all’italiana. Ho atteso lo spettacolo dei genovesi Sadist dall’inizio dopo averli persi ripetutamente ad altri festival di tutto rispetto ai quali non ho potuto prendere parte. Trevor ha un aspetto all’apparenza rude ma è in realtà una persona incredibile, i suoi intermezzi lasciano senza parole e la sua abilità vocale è sbalorditiva. Come non notare il doppio ruolo di Tommy che si barcamena con estrema disinvoltura tra la chitarra e la tastiera, tocco d’artista della band che dona così ai suoi pezzi un’impronta melodica che riporta decisamente al prog/death più interessante. Sicuramente una delle poche band (se non l’unica) a proporre tale connubio nel nostro bel Paese. Non possono mancare mostri sacri come Tearing Away, tratto dall’album che porta il nome della band e i pezzi dell’ultima fatica Season in Silence.

 

 

Ed ora, signori e signore, il black. O meglio, black out. Ebbene si, perché nelle preparazioni per i rituali oscuri dei Dark Funeral, è davvero l’oscurità a calare. Il buon Luigi Pisanello (mastermind del festival) fa il suo ingresso annunciando un guasto agli impianti (probabilmente il gruppo elettrogeno rimasto a secco) e ci promette che il problema verrà risolto di lì a poco. Questo “poco” durerà in totale circa un’ ora e più in cui noi irriducibili, sebbene provati dalla lunga giornata, cerchiamo di non perderci d’animo e con qualche battuta sull’invenzione di un black acustico riusciamo a superare con facilità l’attesa. A deliziarci durante il black-out ecco che Dominator si posiziona dietro le pelli e, anche priva di microfoni, la sua batteria è un pugno nello stomaco. Finalmente lo show ha inizio e Nachtgarm ci annuncia che a causa dell’inconveniente tecnico saranno costretti a depennare due canzoni dalla loro setlist. Oltre al danno la beffa. Nonostante tutto la loro esibizione è spettacolo allo stato puro. Con le loro nere armature e i satanici pentacoli appesi al collo ci regalano un mistico viaggio nel più becero e puro black e il rituale si svolge sulle note di Vobiscum Satanas e la spettacolare My Funeral. Che dire, non vedo l’ora di rivederli.

 

Ed eccoci al tanto atteso ritorno dell’indiano più famoso d’America. La mastodontica batteria di Hoglan viene finalmente scoperta e quando i cinque californiani entrano sul palco nell’aria si sente solo il loro nome in un boato: Testament. Poche chiacchiere per loro, un rapido saluto e le prime devastanti note di Rise Up, frutto dell’ultima riuscitissima avventura in studio di registrazione. L’impatto sonoro nelle prime file era tale da spostare letteralmente l’aria. La batteria era terremotante, il basso squassante e la precisione chirurgica dei soli di Alex Skolnick hanno letteralmente infiammato il pubblico. Con la classica Into The Pit è delirio assoluto. Chuck Billy si muove sul palco mostrando una forma eccezionale e una voglia di esibirsi nonostante la lunga attesa (che avrebbe infastidito non poco gente meno alla mano). Con il suo microfono mimava perfettamente (e continuamente) il lavoro dei due axemen e sempre con un sorriso disarmante. La sua voce, nonostante mostri qualche segno degli anni che passano è comunque ai massimi livelli. Lo spettacolo al vetriolo continua con pezzi leggendari come Practice What You Preach, The New Order, D.N.R. (Do Not Resuscitate), The Legacy, More Than Meets The Eye. Tanta l’attesa per un’esibizione che è letteralmente volata. Nessuna ricomparsa sul palco, nessun encore ma c’hanno comunque lasciato il piacevole gusto della soddisfazione. Istruzioni su come essere sempre infallibili dopo anni e anni di sana devastazione di palchi.