SABATON + ELUVEITIE + WISDOM @Alcatraz, Milano
a cura di: The Sentinel
2012-09-23

Chiunque avesse pregiudizi riguardo alla presunta freddezza degli scandinavi e degli svizzeri sarebbe stato costretto a ricredersi se fosse stato presente il 19 settembre all’Alcatraz. La tappa italiana dello Swedish Empire Tour è stata infatti una vera e propria escalation di coinvolgimento grazie ai gruppi che si sono succeduti sul palco e all’atmosfera piuttosto intima del locale, adatta per un evento lontano dal rischio sold-out ma che ha registrato comunque una buona affluenza.

La serata è iniziata con i WISDOM, gruppo che deve moltissimo ai colossi del power tedesco, primi fra tutti Edguy ed Helloween. Gli ungheresi hanno eseguito alcuni brani estratti dal loro secondo full-length “Judas”, pubblicato nel 2011, tra cui “Somewhere Alone” e “Live Forevermore”. A questi si è aggiunta, preannunciata dal dickinsoniano “scream for me Milano”, una sorprendente cover di “Wasted Years”, che ha dimostrato una buona estensione vocale del cantante e si è rivelata una scelta coraggiosa rispetto alle solite “Fear of the Dark” o “The Number of the Beast”. La chiusura è stata affidata a “Words of Wisdom”, tratta dal primo album, e alla title-track di “Judas”. I Wisdom, pur non proponendo nulla di innovativo, sono comunque stati un aperitivo più che gradevole e hanno dimostrato una buona attitudine live, che dovrebbe essere accompagnata in futuro da una maggiore originalità compositiva.

La performance complessivamente convincente degli ungheresi è stata seguita a breve distanza da quella degli ELUVEITIE, un po’ penalizzati dalla brevità: quaranta minuti sono infatti davvero pochi per una band che ha alle spalle una carriera ormai decennale e, come in questo caso, non sta suonando ad un festival. Dunque non c’è da stupirsi se la scaletta è stata quasi interamente focalizzata sul recentissimo “Helvetios”, introdotto da prologo, title-track, “Luxtos” e l’energica “Neverland”, che scatenano il pubblico in costante aumento sotto il palco. Dopo la semi-ballad “A Rose for Epona”, tanto bella su disco quanto poco convincente in sede live a causa di una Anna Murphy piuttosto inespressiva, il gruppo effettua una breve incursione nel passato con “Divico” e l’acclamatissima “Inis Mona”, chiudendo il cerchio con le nuove “Alesia”, “The Uprising” e “Havoc”. Una durata maggiore avrebbe consentito di bilanciare meglio la setlist a favore di vecchi brani (magari, perché no, tratti dall’appena riedito “Spirit”). Ma nonostante tutto gli svizzeri si sono dimostrati granitici e coinvolgenti, in grado di creare atmosfere uniche anche grazie alla presenza di strumenti particolari tra cui ghironda, violino e cornamusa, veri e propri trademark del loro folk/death. La resa di questi strumenti non è stata a dir la verità sempre nitida in quanto sovrastata dal potente growl del leader nonché mattatore Glanzmann, comunque promosso a pieni voti in quanto ad espressività e carisma.

Dopo l’incursione nella storia degli Elvezi, il pubblico è ormai in trepidante attesa di immergersi in un’altra storia, quella della Svezia del Seicento, tema-chiave dell’ultimo lavoro dei SABATON e a cui, presumibilmente, sarà dedicata la maggior parte del concerto. Niente di più sbagliato: Joakim Brodén e soci si rivelano una sorpresa continua, dando vita ad uno show incredibilmente partecipato, infarcito da battute, esilaranti lezioni di svedese, ripetuti sondaggi sulla canzone da eseguire: i fan sono totalmente coinvolti e ogni possibile aspettativa viene sovvertita. Prima fra tutte, la setlist: dopo l’esilarante omaggio “patriottico” sulle note di “The Final Countdown” degli Europe, chi avrebbe immaginato un’intro composta da “The March to War” e “Ghost Division”? Per tornare al presente bisogna infatti attendere il terzo brano, ovvero “Gott mit uns”; sempre da “Carolus Rex” vengono poi eseguiti l’incalzante “Poltava”, la title-track, “The Lion from the North” e (altra sorpresa!) la versione svedese di “Carolean Prayer” a gran richiesta dei fan. Il momento topico del concerto arriva però con l’accoppiata “40:1” – “Cliffs of Gallipoli”: la strenua resistenza dei polacchi invasi da Hitler e le centinaia di giovani vite spezzate in uno dei combattimenti più sanguinosi della prima guerra mondiale vengono cantate da Brodén con un pathos eccezionale, che il pubblico non può non percepire. “Attero Dominatus”, “Primo Victoria”, “The art of War”, title-track degli omonimi album, si mantengono sulla stessa lunghezza d’onda tematica confermandosi dei veri e propri cavalli di battaglia del gruppo. Si ha invece uno stacco piuttosto netto con l’ennesima sorpresa della serata, ovvero l’inusuale esecuzione di “The Hammer has fallen”, brano tratto da “Fist for Fight”, pubblicato per l’etichetta italiana Underground Symphony nel 2001 e lontano anni luce dai Sabaton di oggi. E qui Brodén coglie l’occasione per presentare il nuovo chitarrista, sottolineandone le origini italiane, e di premiare simbolicamente tutti i presenti come “the loudest crowd”. La chiusura viene affidata alla non eccelsa “Metal Crüe”, che comunque non scalfisce la bellezza di un live pressoché perfetto. Nonostante i drastici, recenti cambiamenti nella line-up e le parti di tastiera registrate, la band ha dimostrato un ottimo affiatamento e una potente carica live, che sancisce la validità di una proposta musicale sia presente che passata, affinata sempre di più nel corso degli anni. “This is a evening we will remember”, ha ringraziato un Brodén tra lo stupito e il commosso: sfido chiunque fosse presente il 19 settembre ad affermare il contrario.