Iron Maiden
a cura di: Lucrezia Polito
pubblicato il: 2010-11-18
The Final Frontier
  • Satellite...The Final Frontier

  • El Dorado

  • Mother of Mercy

  • Coming Home

  • The Alchemist

  • Isle of Avalon

  • Starblind

  • The Talisman

  • The Man who would be King

  • When the Wild Wind blows

So già cosa state pensando, ascoltando The Final Frontier. Non sono più gli stessi, dopo Powerslave non c’è stato più nulla, bla bla bla bla. La verità è che se ci mettessimo nella stessa stanza, non si troverebbe opinione comunque sugli album. Ma sulla eccezionale bravura di questa band si.
Su come sanno stare sul palco si.
Sulla tenacia, negli anni, di dare emozioni al pubblico, nonostante qualche album meno interessante dei gloriosi anni ’80. Su come si fanno amare dal vivo, su come ci fanno perdere la voce cantando.
Certo, sotto la doccia continueremo a gorgheggiare Children of the Damned o Run to the Hills, ma questo nulla toglie al piacere di ascoltare questo ultimo lavoro degli Iron.
Registrato negli stessi Studios di Somewhere in Time, è un album da dieci pezzi che va ascoltato più volte per apprezzarlo, un po’ come si assapora un Brandy.
Se avete tra le mani la versione special edition (quella con l’oblò per intenderci) sarete ancora più consapevoli dell’ambientazione spaziale, che sin dalle prime note abbastanza elettroniche di Satellite 15…The Final Frontier vi lasciano in attesa di capire cosa accadrà. E dopo un intro lungo quattro minuti, attacca la vera ouverture del quindicesimo album della band, che lascia un po’ in stand-by, come in attesa di sentire il resto.
Chi come me li ascolta da sempre, crescendoci, proverà quella sensazione di tornare a casa dopo anni, con qualcosa di cambiato, e qualcosa sempre uguale.
El Dorado riporta Eddie and The Band sui binari consueti, il basso di Harris sempre sessuale, la voce di Bruce indimenticabile, chitarre al galoppo, ma nessuna sorpresa per il momento.
Mother of Mercy ha un testo più impegnato: I’m just a lonely soldier fighting in a bloody hopeless war/Don’t know what I’m fighting, who it is, or what I’m fighting for/Thought it was for money. Made my fortune, now I’m not so sure/Seemed to just have lost my way, ed è il primo brano veramente da apprezzare dell’album.
Ma è Coming Home la vera sorpresa. Quasi una ballad, considerando i ritmi degli Iron Maiden! Il pezzo che non faccio che riascoltare di continuo.
Si riprende la via ferrata con The Alchemist, che nonostante la sua carica resta un po’ piatta e “normale”, mentre The Isle of Avalon introduce un’atmosfera un po’ più oscura, introdotta dalla presenza del basso di Harris che vi porterà per mano durante il viaggio di nove minuti che non vi stancherete di riprendere, e che presenta diversi momenti ritmici che rendono il tutto dinamico e mai scontato.
Starblind ricorda i fasti del passato, per poi prendere una dinamica sua. Noi siamo abituati, ascoltando i Maiden, a certi suoni e alla voce di Bruce, ma questi signori sono davvero dotati (niente battutacce da osteria, pliz), e qualsiasi cosa scrivano o suonino hanno fottuta energia da vendere.
Comincia The Talisman, che sembra più un artificio degli album di Bruce Dickinson, almeno nell’intro, perché poi potrete headbangeggiare per qualche minuto, come si conviene ai signori del Metal.
Siamo agli ultimi due brani, The Man who would be King e When the wild wind blows, rispettivamente di 8 e 11 minuti. Oh non vi lamentate, è stato Mtv ad imporci brani di massimo 3 minuti, e se un brano mi piace, desidero che duri all’infinito…
Un album diverso dai soliti, lo sappiamo, ma ottimamente suonato e mai noioso. Del resto non possono proporci Fear of the Dark all’infinito. Dopo 30 anni hanno bisogno di sperimentare, e in definitiva è sempre meglio di Brave New World, album da tenere sullo scaffale per riempire lo spazio tra un cd e l’altro.
STAY ROCKED
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