Joy Division
a cura di: Filo
pubblicato il: 2011-07-08
Unknown Pleasures
  • Disorder

  • Day Of The Lords

  • Candidate

  • Insight

  • New Dawn Fades

  • She's Lost Control

  • Shadowplay

  • Wilderness

  • Interzone

  • I Remember Nothing

Penso a Ian Curtis suicidatosi all'età di ventitrè anni e credo non sia tanto difficile giocare allo sterminio delle situazioni labili;credo ci sia un annichilimento devastante tanto quanto l'eccessivo e folgorante tracciato d'impulsi elettromagnetici effusi da una stella morente.

 

Geniale e azzeccatissima la scelta del grafico Faville che utilizzò questo tracciato, ripetitivo e schizofrenico, per racchiudere il messaggio di Ian e dei Joy Division con un'apparente semplicità, che invece allude a significati molto più concreti, esistenziali e decadenti. Basti notare lo sfondo nero, l'assenza del titolo a fronte e a retro. Nessuna dicitura di tracklist. Ambiguità che riflettono in maniera preponderante il clima freddo e costernante del contenuto, sia musicale che testuale. C'è da perdersi di brutto in questa specie di viaggio, un viaggio incalzante ma contraddittorio che non segue con coerenza la fase climax ma  la scompone, la rifiuta. Una totale alienazione è l'apice del disco ove a metà viaggio possiamo godere di un orgasmico giro di basso che accompagna il brano “New Down Fades”, seguito da riff taglienti, corrosivi come un limone che spremi con forza e te lo ritrovi impazzito, che aleggia negli occhi; una batteria che in qualche modo fa da eco al suo “change of speed, change of style”. Lampante ed estremo il malessere che ci narra Ian, come una lettera lasciata sul comodino della sua amata prima del suicidio. Ha aspettato che una guida lo prendesse per mano “'I've been waiting for a guide to come and take me by the hand”, per dare il via alla commemorazione di questo viaggio. E' questa la frase d'apertura del disco. In “Disorder” troviamo una batteria latente che accompagna un basso schizoide, dissociato, affascinante come una crisi epilettica. Quante antitesi in quei difetti? Quei difetti esistenziali che lo hanno accompagnato negli ultimi anni della sua vita, sempre più incombenti, sempre più minacciosi. Addentriamoci nelle successive stanze che hanno tutto tranne che spiragli di luce come la successiva “Day Of Lord”, con chitarre che feriscono a morte, raschiano con loquacità facendo da perno all'inesauribile “Where will the end” ripetuto in maniera impulsiva compulsiva. Questo viaggio cieco continua con “Candidate”, nemmeno qui s'intravede un solo, piccolo maledettissimo graffio d'illusione. Persevera la sua rotta scoraggiante e scoraggiata con voce ardua mentre chitarra e tastiere si intromettono con prepotenza, attraverso brevi e vertiginose scariche sonore. Viene aperta così “Insight” tra stridori di porte, rumori e baccani provocati da un ascensore in discesa; in discesa come i sogni (“Guess you dreams always and  they don't rise up just descend”), che alimentano quel senso claustrofobico sedotto da fastidiosissime note che da un lato devastano il nostro udito, dall'altro lo pervadono. In “She Lost Control” l'urlo di Ian raggiunge la nostra pelle fino ad entrare nelle vene, perdiamo il controllo del nostro corpo chiudendo gli occhi e lasciandoci trascinare ad occhi chiusi, quasi a non voler vedere troppo bene. Eh, ci bastasse solo l'udito…; ci travolge impulsivamente nei suoi riff semplici ma veementi e una batteria sintetica quasi smorzata  partorendo un effetto ultraterreno, per non parlare della voce che di umano ha ben poco. Prorompenti sono gli assoli di Dicken che irrompono prepotentemente in “Shadowplay”, idrofoba e distorta all'estremo come solo Hook  sa ben fare con quei disarmanti giri di basso, che sfrusciano anche nella vivace “Wilderness". “Interzone” rifiuta un po' l'etichetta Dark/Wave con evidenti riferimenti Punk grazie a ritmi incalzanti e veloci. Ritorna imperante la caducità esistenziale nell'ultima tappa del viaggio: “I Remember Nothing”: è lo Zenit della distruzione adornato dal sottofondo di oggetti spaccati, scaraventati  e ridotti a pezzi. Affogano  nel vuoto ove galleggiano cupe tastiere da film horror, pochi colpi di bacchette e un basso sempre più inquietante. E le chitarre? Ian conclude così il suo Album/Viaggio,con questo senso d'estraneità e disagio verso l'intera umanità, un'esistenza goffa la sua, un po' come l'albatro di Boudelaire che non trova sicurezza sulla terra tra gli esseri umani.


Un' acquazzone inconsolabile, una figura trasandata che distingue l'immagine schematica della realtà. Come il sole di mezzanotte che s'attacca al limite del mondo mentre l'uomo inciampa sui fili stesi delle utopie. "Unknown Pleasures", se ci pensi, è la più totale stabilità. D'altronde il male ha sempre fatto bene il suo lavoro.