Holy Moses
a cura di: Nasdey
pubblicato il: 2014-04-29
Redefined Mahyem
  • Hellhound

  • Triggered

  • Undead Dogs

  • Into The Dark

  • Sacred Sorrows

  • Process Of Projection

  • Fading Realities

  • Liars

  • Redemption Of The Shattered

  • Whet The Knife

  • Delusion

  • One Step Ahead Of Death

  • This Dirt

Gli Holy Moses e la loro Sabina tornano sulle scene rialzando gli umori di chi li aveva ascoltati nel precedente “Agony Of Death” e ne era rimasto deluso in fatto di innovazione e sonorità.   

 

Redefined Mayhem è stato capace di allinearsi alla vecchia scuola Holy Moses, ovvero a quel filone tedesco che vede nel thrash la sua fede più profonda: è il 1986 e “Queen Of Siam” fa sentire il suo eco feroce nelle lande tedesche, riportando vigore al thrash teutonico che fino ad allora vantava gruppi come Kreator, Destruction e Tankard – solo per dirne qualcuno. 

 

E seppur di quegli anni 80 sia rimasta solo l’impronta, questa è bastata agli Holy Moses per guadagnarsi un posto nell’Olimpo tra i gruppi più affini ai grandi del genere.

 

L’album, oltretutto, è il frutto di una presa di posizione chiara e semplice: il thrash è primaria aggressività e in quanto tale va suonato seguendo l’impatto istintivo e primordiale che lo caratterizza e perché no, predisponendo creatività e tecnica a favore della sperimentazione.

 

Redefined Mayhem, insomma, non è nulla di nuovo ma ciò non toglie che sia un album realizzato sulla base di alcune certezze musicali che permettono agli Holy Moses di puntare su aspetti come il songwriting e il messaggio musicale veicolato attraverso le loro musiche. 

Quello che colpisce di più oltre alla compattezza tecnica e alla sorprendete vocalità della Classen – che non delude mai -  è proprio l’intenzione del concept album che si presta ad un messaggio plurivalente di sensazioni, stati d’animo e passaggi interiori che caratterizzano l’anima oscura dell’uomo e la sua epoca.  

Già dall’entrata in scena ("Hellhound") si palesano le intenzioni del gruppo: sana presunzione e piedi cementati negli anni 80 in un progressivo sbalzo verso l’attualità. 

Le trame tessute sono belle e si ricamano su nostalgici riff ("Redemption Of the Shattered") che ci fanno vivere in prima persona il racconto portato avanti da una drum session sempre energica e mai deludente. 

Quello dentro l’anima è un viaggio vero e proprio che gli Holy Moses affrontano in tutte le sue sfaccettature: c’è il bilico tra la pazzia e la sanità ("Triggered"), c’è l’equilibrio delle proprie angosce e c’è la menzogna ("Liars") anche nel sistema ("Fading Realities") come racconta Heinrich Heine, il letterato citato tra i testi di queste canzoni. 

C’è l’ira e la difficoltà di ritrovare in se stessi la causa dei propri errori ("Process Of Projection"), c’è la depressione e la solitudine ("Into the dark") e c’è molta più “materia” che l’ascoltatore scoprirà nel corso dell’album. 

 

Si esce diversi dopo il viaggio sonoro proposto dagli Holy Moses, e non perché si rimanga sbalorditi per qualcosa di nuovo ma perché si fa spazio ad un’unica certezza, che è quella che vede nel glorioso passato l’unica via di salvezza.