Battle Beast
a cura di: The Sentinel
pubblicato il: 2015-02-08
Unholy Savior
  • Lionheart

  • Unholy SAvior

  • I want the world...andeverything in it

  • Madness

  • Sea of dreams

  • Speed and danger

  • Touch in the night

  • The black swordsman

  • Hero's quest

  • Far far away

  • Angel Cry

C’è un numero ricorrente nella giovane storia dei Battle Beast: tre anni di attività, tre album già pubblicati, tre tour importanti al fianco di Nightwish, Sonata Arctica e Sabaton.

 

Nonostante ciò, i finlandesi fortunatamente non appartengono alla schiera di band in cui prolificità fa rima con ripetitività. I punti di contatto con i due lavori precedenti sono comunque evidenti su diversi livelli, in primis su quello visivo: l’artwork di Unholy Savior raffigura anche questa volta il demone-guerriero con la testa di leone presente fin dal debut album Steel. Passando invece al livello sonoro, basta ascoltare i primi brani, ovvero Lionheart, la Titletrack e la schiacciasassi Madness, per rendersi conto che i Battle Beast hanno cambiato di poco la loro attitudine molto orientata all’heavy più tradizionale ma allo stesso tempo capace di strizzare l’occhio alla scena symphonic-power delle lande scandinave da cui provengono.

 

Ma la forza dei Battle Beast sta proprio nella straordinaria capacità di rielaborare senza banalità, che emerge soprattutto nella seconda parte del disco. Sea of Dreams è un intermezzo tanto introspettivo quanto energico, che esprime molto bene i demoni e i dubbi interiori del chitarrista Anton preparando il terreno a Speed and Danger. Il titolo lascia ben poco all’immaginazione e ci riporta indietro di quasi trent’anni: velocissima, intrisa dei migliori Judas, Accept e Motorhead, con una Noora assolutamente strepitosa supportata a dovere dalle chitarre e dai backing vocals, questa traccia è uno fra gli highlight assoluti dell’album.

 

Di rimandi anni Ottanta, ma di ben altro genere, è pervasa anche l’inusuale Touch in the Night, un pezzo alla “Roxette meets Europe” che potrebbe far storcere il naso ai più agguerriti “defenders of the faith” ma in realtà si sposa benissimo con la sensualità del testo.

 

Nel brevissimo intermezzo The Black Swordsman Noora si fa interprete della struggente richiesta d’aiuto “can you hear my pain? Can you hear my screams?” che sfocia nella splendida strumentale Hero’s Quest, vero e proprio riassunto stilistico dell’intero disco, in grado di fondere con grande disinvoltura i tastieroni power con gli Iron Maiden di Powerslave e Peace of Mind. Dopo l’exploit di Far Far Away, il disco si chiude con la bellissima Angel Cry, in cui le chitarre diventano improvvisamente dolci e Noora impersona l’angelo compartecipe del dolore e delle difficoltà dell’eroe-alter ego di Kabanen che sembrano non aver ancora trovato un approdo definitivo, assumendo una connotazione universale. 

 

Questo secondo disco con Noora alla voce la conferma quindi come interprete grintosa ed estremamente versatile, ormai affiatata con il resto della band e capace di non far rimpiangere la già bravissima Nitte. Unholy Savior è un acquisto obbligato per chi aveva già apprezzato sia Steel che Battle Beast e, in generale, consigliatissimo a tutti i nostalgici dei gloriosi anni Ottanta desiderosi di lasciarsi stupire da una band profondamente ancorata al passato ma con ancora tanto, anzi tantissimo, da dire.