Alpha Tiger
a cura di: The Sentinel
pubblicato il: 2015-02-15
Identity
  • Intro

  • Lady Liberty

  • Scripted reality

  • Long way of redemption

  • Identity

  • We won't take it anymore

  • Revolution in progress

  • Closer than yesterday

  • Shut up & think

  • This world will burn

Nonostante la sigla dell’Eurovisione utilizzata come Intro, il sound degli Alpha Tiger non solo è lontano anni luce dal thrash e dal power che hanno forgiato la metal identity della loro terra, ma rappresenta un’autentica dichiarazione d’amore al metal d’Oltreoceano vecchio stampo, in primis a Queensrÿche e Riot.

Lady Liberty è infatti un vero e proprio inno all’American Dream, alle nuove opportunità e alla libertà individuale….che il titolo sia un’allusione neanche troppo velata alla celebre statua che per tanti migranti ha rappresentato l’approdo verso una nuova vita? Siamo solo all’inizio ma si tratta già di uno dei pezzi migliori del disco, dotato di un bell’assolo, cori energici e di una parte strumentale ben coesa.

Long way of redemption è un pezzo dal sapore molto street, con un refrain accattivante che riprende il tema-chiave della libertà e dell’importanza di essere sé stessi. Con la title-track Identity giungiamo al brano più elaborato e meglio strutturato dell’intero disco, con diversi cambi di tempo che esaltano sia gli intermezzi strumentali sia la buona prestazione di Stephan Dietrich al microfono.

We won't take it anymore pare invece una scialba imitazione del migliore US metal anni Ottanta, ma gli Alpha Tiger rientrano subito nei binari con Revolution in progress, potente sfogo di una generazione che esprime con fermezza il proprio “we disagree” nei confronti dei vincoli imposti da una società che condiziona e talvolta ostacola l’affermazione della propria identità.

La chiusura rabbiosa di questo pezzo contrasta nettamente con Closer than yesterday, il brano più dolce dell’intero album grazie alla presenza di organo e synth che donano un tocco molto particolare rispetto a quanto sentito finora.

La doppia cassa della non memorabile Shut up & think ci accompagna verso la chiusura: This world will burn è un inno all’autorealizzazione e alla vita vissuta veramente, contrapposta alle finzioni da cui siamo bombardati ogni giorno e duramente criticate in Scripted reality.

Questo lavoro definisce più chiaramente l’identità del quintetto tedesco rispetto ai predecessori Man or Machine e Beneath the Surface, che suonavano ancora un po’ acerbi. C’è ancora qualche dettaglio da migliorare per quanto riguarda la produzione, ma il songwriting del chitarrista Langforth, la voglia di rielaborare pur rimanendo saldamente ancorati al passato e la struttura complessivamente buona delle singole tracce rende Identity un album senz’altro non banale seppur privo di colpi di genio. Chissà se in futuro la Tigre riuscirà a sfoderare ancora di più i suoi artigli….