Iron Maiden
a cura di: Sweet16
pubblicato il: 2006-09-11
A Matter of Life and Death
  • Different World

  • These Colours Don’t Run

  • Brighter Than A Thousand Suns

  • The Pilgrim

  • The Longest Day

  • Out Of The Shadows

  • The Reincarnation Of Benjamin Breeg

  • For The Greater Good of God

  • Lord Of The Light

  • The Legacy

A Matter of Life and Death, un album da cui scaturisce un sound immutato negli anni, che ti riporta indietro nel tempo, nei mitici anni ’80, l’esplosione del metal, ti fa ricordare dischi del calibro di Piece Of Mind, The number Of the beast, Killers.

Gli Iron Maiden ritornano alla ribalta con questo nuovo album che raccoglie dieci pezzi, tutti molto lunghi che danno vita ad atmosfere cupe che accompagnano testi riguardanti tematiche piuttosto delicate, o sia le varie guerre, per di più inutili, che continuano a distruggere il globo.

L’album comincia con quest’inizio spinto di Different World che si differenzia da quelli delle altre canzoni perché è energico e tagliente. Il pezzo si propone con il classico Verse–Chourus-Verse Assolo Bridge ed infine il ritornello strumentale.
Il brano seguente, These Colours Don’t Run, non mi dice un granché, e salto subito al terzo pezzo dell’album: Brighter than A Thousand Suns. L’arpeggio iniziale accompagna il sussurato di Bruce, ma dura poco perché in una trentina di secondi le chitarre s’infiammano, le distorsioni cariche e il basso potente esaltano questo arpeggio che lo rendono assai convincente, il cantanto è esuberante, le chitarre aggressive. Questo pezzo ti fa capire che gli Iron sono tornarti più carichi che mai.
In The Pilgrim l’intro è in mano a Nicko, poi si aggiungono le chitarre lanciate in questo riff melodico che accompagna tutta la canzone.
Longest Day è uno dei pezzi che preferisco di quest’album: il basso e i leggeri colpetti al charleston, fanno da base al giro di chitarra malinconico che, con un leggero flanger, ti creano l’atmosfera per l’arrivo del ritornello, ben riuscito. Chitarre ruggenti, voce melodica (inimitabile) che ti suonano in testa da subito; lo stacco sperimentale ricorda vagamente i Liquid Tension, mentre l’assolo è armonioso e cantabile, come d’altronde moltissimi assoli degli Iron degli album passati.
Si passa ad Out Of The Shadows, che è il classico lentone, ma che riesce ugualmente ad emozionare grazie alla voce meravigliosa di Dickinson, in seguito si arriva alla tragica (nel vero senso della parola) The Reincarnation Of Benjamin Breeg ed infine alla bellissima For the Greater Good of God. Inizia con un intro funereo, tetro ed è il pezzo più lungo dell’intero album, circa nove minuti, ma ricco di cambi di tempo, i riff sono molto più heavy, più spinti. Il pezzo è incentrato sulla sperimentazione, le chitarre si fanno pesanti, il sound si accattivisce, questi stacchi di tempo e gli assoli la rendono interessante e paragonabile a pezzi che hanno fatto la storia del metal come Panthom of the Opera.
Lord of Light e Legacy hanno un inizio calmo e pacato, con un pizzico di malinconia data dalla voce molto bassa e immutata nel tempo di Bruce che sembra che stia raccontando una storia epica, con questi toni che ti riportano ai cantautori medievali.

Quest’album si presenta con il sound immutato nel tempo, ma con qualche sprazzo di sperimentazione che non guasta. L’unico difetto è che alle volte alcuni pezzi come The Reincarnation Of Benjamin Breeg e These Colours Don ’t Run, possono annoiare, ma tutto sommato è un bell’album, cosa difficile da trovare nei gruppi che hanno alle spalle più di vent’anni di carriera.