Reflections
a cura di: Marian
pubblicato il: 2006-09-21
Free Violence
  • The Best Part Of Me

  • Reflect Yourself

  • Shit Attitude

  • Happiness Is Sad

  • Slave

  • One Minute

  • Down Like A Clown

  • I Complete Myself

  • We Don't Care

  • Free Violence

Dopo qualche anno di attesa e dopo svariate sostituzioni tra i musicisti della band, i Reflections, riescono, nonostante i molteplici ostacoli, a poter finalmente avere la soddisfazione di vedere nei negozi di musica, tra gli album dei Rammstein e dei Pantera, il loro primo cd. Dopo qualche anno di attesa e dopo svariate sostituzioni tra i musicisti della band, i Reflections, riescono, nonostante i molteplici ostacoli, a poter finalmente avere la soddisfazione di vedere nei negozi di musica, tra gli album dei Rammstein e dei Pantera, il loro primo cd.

“Free violence”, è un lavoro estremamente interessante, sia per le musiche che per i testi, per non parlare poi dell’ottimo mixaggio firmato Christian Ice, della casa discografica Temple of Noise di Roma, a cui la band palermitana deve tutto. Le melodie ed i ritmi sono carichi d’ispirazioni thrash metal ed hard core con accenni ai Suicidal Tendencies, Agnostic Front, Faith No More e Rage Against The Machine. E quindi le musiche vengono fuori da una personalizzata e piuttosto stilizzata fusione tra diversi generi, quali: crossover, metal, hard core, ed anche funky e rap. Possiamo dire che la band è riuscita a creare un metamorfico metal core/crossover d’impatto duro quanto armonico.
Varianti, crescenti e ritmi in levare sono i tempi che compongono i brani più crossover, come “Shit Attitude” o “Slave”. Danno più sull’hard-core “One Minute” e “We don’t Care”. Mentre, più vicini al metal sono “The Best Part of Me”, “Free Violence” e “I Complete Myself”, quest’ultimo, forse troppo incerto ed incompleto nella composizione strumentale ma non lirica, l’unico forse che non sia riuscito a rispecchiare al meglio l’obiettivo stilistico della band.
C’è da dire, ad ogni modo, che tutti i testi presentano uno slang semplice ed americanizzato, ma non per questo carente d’importanza significativa.
Un buon punto a favore è certamente il tema di ogni singolo testo, omogeneo e coerente per tutto il full lenght, rappresentato dalla discreta pronuncia del vocalist, Bruno Marzano, il cui registro vocale spazia dal pulito allo screeming più aggressivo per poi tornare su note più melodiche accompagnate da un accattivante rap.
I riff sono potenti ma mai contorti, le chitarre in generale estremamente capaci di spaziare tra distorsioni per basi più cupe ed assoli niente male, per poi passare, perfettamente a tempo a rilevanti bridge, i quali portano in modo univoco a fondere i vari generi in un’unica composizione propria.
Ciò che emerge sicuramente è anche il notevole slapping del basso, buon saltatore tra un ritmo e l’altro. Ma c’è un’altra cosa che, a mio avviso, echeggia in modo particolare ed eccellente per tutto l’album nonostante le molteplici ispirazioni musicali: ascoltando in modo più approfondito la sequence iniziale di “Happyness is Sad” si evidenzia un’atmosfera ritmata molto soft rock che inaspettatamente emerge, modificando tutto quanto il sound che potrebbe essere definito, a volte, troppo caotico e non omogeneo, quasi metamorfico, specie in pezzi come questo appunto o come “Down Like a Clown” ed in alcune parti “Free Violence”. Il risultato non poteva essere che questo, un talento emergente, premiato da un meritato successo iniziale.
Auguro ai Reflections di accrescere notevolmente questo loro particolare stile, come hanno saputo fare e rappresentare fin ora, e di trasportarlo in modo eccellente anche nel resto d’Italia e d’Europa.
“Free violence”, è un lavoro estremamente interessante, sia per le musiche che per i testi, per non parlare poi dell’ottimo mixaggio firmato Christian Ice, della casa discografica Temple of Noise di Roma, a cui la band palermitana deve tutto. Le melodie ed i ritmi sono carichi d’ispirazioni thrash metal ed hard core con accenni ai Suicidal Tendencies, Agnostic Front, Faith No More e Rage Against The Machine. E quindi le musiche vengono fuori da una personalizzata e piuttosto stilizzata fusione tra diversi generi, quali: crossover, metal, hard core, ed anche funky e rap. Possiamo dire che la band è riuscita a creare un metamorfico metal core/crossover d’impatto duro quanto armonico. Varianti, crescenti e ritmi in levare sono i tempi che compongono i brani più crossover, come “Shit Attitude” o “Slave”. Danno più sull’hard-core “One Minute” e “We don’t Care”. Mentre, più vicini al metal sono “The Best Part of Me”, “Free Violence” e “I Complete Myself”, quest’ultimo, forse troppo incerto ed incompleto nella composizione strumentale ma non lirica, l’unico forse che non sia riuscito a rispecchiare al meglio l’obiettivo stilistico della band. C’è da dire, ad ogni modo, che tutti i testi presentano uno slang semplice ed americanizzato, ma non per questo carente d’importanza significativa. Un buon punto a favore è certamente il tema di ogni singolo testo, omogeneo e coerente per tutto il full lenght, rappresentato dalla discreta pronuncia del vocalist, Bruno Marzano, il cui registro vocale spazia dal pulito allo screeming più aggressivo per poi tornare su note più melodiche accompagnate da un accattivante rap. I riff sono potenti ma mai contorti, le chitarre in generale estremamente capaci di spaziare tra distorsioni per basi più cupe ed assoli niente male, per poi passare, perfettamente a tempo a rilevanti bridge, i quali portano in modo univoco a fondere i vari generi in un’unica composizione propria. Ciò che emerge sicuramente è anche il notevole slapping del basso, buon saltatore tra un ritmo e l’altro. Ma c’è un’altra cosa che, a mio avviso, echeggia in modo particolare ed eccellente per tutto l’album nonostante le molteplici ispirazioni musicali: ascoltando in modo più approfondito la sequence iniziale di “Happyness is Sad” si evidenzia un’atmosfera ritmata molto soft rock che inaspettatamente emerge, modificando tutto quanto il sound che potrebbe essere definito, a volte, troppo caotico e non omogeneo, quasi metamorfico, specie in pezzi come questo appunto o come “Down Like a Clown” ed in alcune parti “Free Violence”. Il risultato non poteva essere che questo, un talento emergente, premiato da un meritato successo iniziale. Auguro ai Reflections di accrescere notevolmente questo loro particolare stile, come hanno saputo fare e rappresentare fin ora, e di trasportarlo in modo eccellente anche nel resto d’Italia e d’Europa.