Darkest Hour
a cura di: Chiara
pubblicato il: 2007-02-18
“Undoing ruin”

  • With A Thousand Words To Say But One
    Convalescence
    This Will Outlive Us
    Sound The Surrender
    Pathos
    Low
    Ethos
    District Divided
    These Fevered Times
    Paradise
    Tranquil

E’ di poche settimane fa’, e precisamente del 23 gennaio 2007, la notizia (diffusa tramite il loro sito ufficiale: http://darkesthour.cc ) che vede i Darkest Hour in procinto di dare alla luce il loro quinto full length album. Attualmente in fase di pre-registrazione, il quintetto statunitense avrebbe infatti già pronto un numero di pezzi sufficiente per iniziare le registrazioni, che si terranno in quel di Vancouver sotto l’ala produttrice di Devin Townsend. Scelta certamente non casuale, visto che stiamo parlando dello stesso individuo che ha assistito i nostri nel 2005, durante il parto del buon “Undoing Ruin”. Che poi “buon” è forse un aggettivo troppo riduttivo per questo album di successo, che ha permesso alla band di emergere e differenziarsi dalla marmaglia di gruppi di melodic death metal simil-svedese, thrash hard-metal-core o qualsiasi altra definizione gli si voglia affibbiare (in rete se ne trovano per ogni gusto).

Una cosa è sicura: il riconoscimento (meritato) è finalmente arrivato per un gruppo che ha mosso i primi passi nel lontano 1996, che ha alle spalle diversi cambi di line-up e di label (da MIA records, passando attraverso proposte di diverse etichette -mai accettate- per approdare infine a Victory records) e che si è fatto le ossa pubblicando due EP, due split album, un DVD ed altri tre album, oltre al presente.

Rimanendo nell’ambito metal-hardcore in cui sono cresciuti, fatto di atmosfere tipicamente insane e di mosh pit , hanno saputo tirare fuori un disco di forte impatto: duro abbastanza da rientrare nei canoni della tradizione heavy/strong, e incattivito al punto da risultare un tantino troppo “hard” per le orecchie non avvezze al genere (ascoltare district divided e tranquil su tutte). Caratteristica, questa, che non lo svilisce per niente, tutt’altro: l’album acquisisce un aspetto quasi ricercato, quel tanto che basta per allontanare ogni sospetto di commercialità di intenti. Ma il suo vero fascino è un altro, e risiede nella melodia, per quanto aspra e feroce si presenti. Tutt’altro che un’accozzaglia di suoni ostici e confusi, in ogni pezzo sono le aperture melodiche a conquistare. Martellanti in this will outlive us e these fevered times, cupe in low e paradise, accattivanti nel primo singolo estratto, convalescence, addirittura orecchiabili in sound the surrender e nell’open track with a thousand words to say but one, con punte massime nei due classici (fin dal titolo!) intermezzi strumentali, ethos e la dolcissima pathos. Il cantato in growl (niente puliti per John Henry) e le chitarre, scalmanate dove è richiesta velocità e dai riff quasi morbidi dove i suoni si fanno meno bruti, si accordano perfettamente con il ritmo e l’attitudine aggressiva made in Darkest Hour. Tecnica e precisione ad alti livelli, infine, non fanno che accreditare punti ad un lavoro che, già solo per quanto detto fino ad ora, merita più di un ascolto. Pollice verso l’alto dunque per questo disco che, anche se non verrà ricordato come un album cruciale nella storia della musica, ritengo rappresenti attualmente l’ideale “ascolto di transizione” per chi non conosce, ma si vuole accostare, alle frange metal più violente.