Amantyde
a cura di: LauraPiras
pubblicato il: 2007-02-08
“Leavit all behind”

  • Rebirth in ice
    Leavit all behind
    Fallen desires
    Spitfire
    Dust childhood
    Rockn’ fuckin’ roll

Il gruppo, sicuramente dotato di grandi potenzialità, ha confezionato nel 2006 già ben due demo che rappresentano un lavoro prolifico considerato che gli Amantyde esistono solo da un anno. Privi di batterista, in studio hanno realizzato “Leavit all behind” di cinque brani più una bonus track, con suoni che spaziano tra il rock anni ’70, il metal anni ’90 e il gothic di questi ultimi tempi.
Andrea al basso e le doppie voci maschili, Randy alla chitarra e Nicky alla voce sono gli Amantyde, trevigiani di nascita che hanno cercato in questo disco di creare metriche “facili da ascoltare” o come hanno scritto loro sul libretto “easy-to-hear”. La cosa mi ha colpito, perché, se è vero da un lato che le parti vocali sono orecchiabili, è anche vero che non sono per niente semplici, considerato che Nicky è una cantante che oltre a cantare “in pulito”, spesso usa bene pure il “suo distorsore” naturale, creando dei cantati che si avvicinano per cattiveria a quelli maschili. Premesso che apprezzo molto il gruppo, devo però evidenziare che il primo brano “Rebirth in ice” mi ricorda molto, forse troppo le metriche musicali e le melodie vocali dei Metallica, quasi che potrebbe sembrare una loro cover. E, purtroppo, questo è ribadito anche dal secondo pezzo che poi è “Leavit all behind” che da il titolo al disco. Detto questo però, ho l’obbligo di dire che le metriche fanno venire voglia di muoversi, il basso decisamente presente e le chitarre distorte con una voce che è davvero molto flessibile e attivabile in più direzioni, fanno perdonare qualche piccolo “copia-incolla”, che in questo brano riprende anche parti (specie il ritornello) dei Guano Apes.
Il lento del disco è “Fallen desires”, melodico e dolce, ma anche tenace e aggressivo a tratti, con un buon assolo di chitarra al punto giusto. Si distingue.
Ma, per una persona (come me) che preferisce il metal dinamico e spinto, è la numero quattro “Spitfire”, che ha colto la mia attenzione. Ha dei buoni spunti sia ritmici che melodici. È proprio vero che le canzoni sono facili da ascoltare, melodie orecchiabili, forse alle volte troppo sentite e risentite però.
“Dust childhood” si apre con il pianto di un bimbo, particolare un po’ inquietante da film horror. Sinceramente non mi piace molto, la trovo un po’ noiosa e ripetitiva.
Bonus track “Rockn’fuckin’roll”, come dice lo stesso titolo è davvero un pezzo molto più rock che metal, decisamente stile inizi anni ’70, con un assolo assolutamente vivace e la voce che si adatta a uno stile nel quale poche donne si sono cimentate.
Il disco, nonostante per alcuni versi sia particolare e scorrevole, per altri ha troppi (influenze) richiami ad autori più o meno noti e per tanto mi porta ad abbassare la mia votazione. Consiglio comunque un ascolto.