Dream Theater
a cura di: Nasdey
pubblicato il: 2009-06-25
Black Clouds & Silver Linings
  • A Nightmare to Remember

  • A Rite of Passage

  • Wither

  • The Shattered Fortress

  • The Best of Times

  • The Count of Tuscany

Era il secolo scorso quando per la prima volta ascoltai i Dream Theater nel lettore Mp3 di una mia compagna di scuola.
Era appena uscito Scenes From A Memory e senza ombra di dubbio Fatal Tragedy mi sarebbe rimasta inesorabilmente legata: plettrata al 3:50 minuto e il brivido è già lì, pronto a salirmi fino alla schiena. Sempre e comunque.

Dover parlare di un gruppo che ho sempre portato nel cuore non è facile, potrei cadere facilmente in tentazione e sviare nei vicoli più agevoli della soggettività, ma ahimé non penso che stavolta questo possa accadere ripetutamente, se non nei casi dovuti.
Leggendo il seguito capirete perché.

Lungi da me incarnare la figura dell’ex fan dalle deluse aspettative, né quanto meno quella dell’eretico ascoltatore cinico e beffardo, figure agli antipodi nel lungo e infinito dibattito che avvolge la carriera dei newyorchesi: accaniti sostenitori della “tecnica al servizio del sentimento” e disgustati demolitori della “tecnica fine a se stessa”, come in una battaglia imbastita su un palcoscenico duecentesco.
Guelfi e ghibellini, placate la vostra ira, foderate le vostre spade che stavolta i Dream Theater “accontentano” tutti.

Purtroppo.

Black Clouds & Silver Linings , come del resto tutti i lavori dei DT ( e non solo), necessita di non pochi ascolti per essere compreso a pieno e per capire cosa i nostri vogliano ogni qual volta comunicarci (ricordiamo che la musica è anche uno “strumento” di comunicazione) e trasmetterci (la musica è soprattutto Emozione), e il compito di decifrazione non è stato da meno rispetto ai dischi degli ultimi anni: a questo punto potrei esordire con “…ma i Dream Theater non sono più quelli di una volta…” e comprare i consensi dei Signori Guelfi o abbracciare la filosofia dei Signori Ghibellini e urlare a squarciagola “… chi ha mai detto che i Dream Theater sono stati “Qualcuno”?...”.

Ed ecco il punto.

Che assoluti e indubbi capolavori come Images and Words non ne siano usciti più dalle mani dei nostri magici eroi è una verità parzialmente accettabile e accettata; ma è pur vero che la critica (e le nostre orecchie) è satura di ascoltare disprezzi gratuiti e lunghe solfe di goffe invettive, di amari pareri costruiti su basi che sono più simili a detti comuni che a vere e proprie opinioni logiche.
Il merito più grande che do ai Dream è quello che nonostante tutto, un tutto variegato di episodici difetti, autocitazioni, riff poco omogenei e cantilene evitabili, riescano sempre a far salire quel brivido che dal lontano 1999 non mi ha più lasciato.
Vicolo soggettivo inevitabile.

Ed è esattamente quello che mi è capitato ascoltando il decimo lavoro in studio dei nostri amati, Black Clouds & Silver Linings .
Sei tracce, sei dimensioni metafisiche, sei luoghi spazio temporali che piacciono, disdegnano, fanno sorridere, commuovono, divertono e annoiano; disinteressano e fanno godere.
Per tutti i gusti.
Una delle peculiarità della musica dei Dream Theater è quella di progredire nell’immaginario individuale in direzione sempre autonoma e cagionevole, per cui l’assimilazione del loro sound non sarà mai univoca per tutti, e tra l’altro non opinabile la loro capacità di produrre suoni in una linea che non si possa definire “tecnicamente” perfetta (senza scadere nello slogan del talentuoso tecnicismo che affina il pentagramma dei cinque musicisti, ma parliamo pur sempre di Petrucci, Rudess, Portnoy…).

Le mie aspettative non sono state deluse perché non avevo aspettative.
Più che aspettative non volevo togliermi il piacere della scoperta, non volevo rovinare il momento in cui avrei premuto play e avrei potuto finalmente conoscere il nuovo viaggio nel quale i Dream Theater mi avrebbero accompagnato.
Non è tanto facile pretendere aspettative da un gruppo che ha sempre modificato il suo sound, sia questa una buona o cattiva abitudine, in nome di un “progressismo” inteso qui in termini di idee e inventiva.
Che alcuni tentativi di questo “progressismo ideativo ” (o come lo si voglia chiamare) non siano del tutto riusciti, è pur vero (si veda Systematc Chaos nel 2007) come non mancano esempi di discreta fattura negli anni precedenti, ma ciò non toglie che nella loro musica ci sia un filo emotivo conduttore invisibile che sta alla base della loro poetica musicale e che rende tutto più incantevole.
È invisibile perché è individuale, è la materia primordiale per la creazione dell’immaginario di chi ascolta.

Quest’ultimo lavoro prospetta stranezze e cadute di stile nell’originalità dei riffing e del sound in generale, giochi vocali apparentemente fuori luogo ( i blast beat e lo pseudo growling di Portnoy, che solo dopo averli ascoltati più volte si impara ad accettarli), il songwriting non impeccabile e a volte banale (si veda The best of Time) ma il punto è sempre quello: ogni pezzo si districa nella mente di ognuno per vie differenti, con o senza difetti.

Nel mio immaginario ogni canzone equivale ad una storia con un suo inizio, un suo svolgimento e una sua fine; i suoi protagonisti e i suoi antagonisti; c’è un fine ultimo e delle difficoltà da affrontare.
Nelle storie di questo album c’è rabbia, c’è malinconia, c’è paura , ci sono addii, c’è misticismo, c’è redenzione, c’è avventura, c’è la morte, c’è la vita.
Dentro ogni traccia vive un microcosmo narrativo. E musicale.

In breve qualche annotazione generale su ogni brano.

A Nightmare to Remember introduce con l’epicità dei suoi cori l’album e si caratterizza subito per la sua aggressività e quasi tendenza a sonorità thrash, esperimento già iniziato in Awake (per il sound più appesantito) e continuato fino a Systematic Chaos ( vd. The Dark Eternal Nigh, Caos in Motion).
Un boato e una macchina distrutta sono il preludio latente alla storia di un uomo che cerca di ritrovare la sua vera identità (in riferimento ad un incidente accaduto a John Petrucci nell’adolescenza).
Il sound purtroppo non è dei più originali e alterna linee malinconiche a linee più rigide.
Qui Portnoy interviene con battute in growl poco consoni a mio parere, forse spinti un po’ troppo dalla voglia di sperimentare nuovi giochi sonori o da motivazioni altre.

A Rite of Passage è il primo singolo estratto dall’album, già qualche mese fa riproposto in versione videoclip. Certo il suo motivo molto orecchiabile e semplicistico rimane subito impresso e mi chiedo se non sia il cambio di label che abbia portato i nostri Storici dal glorioso passato, a soluzioni più commerciali di questo tipo.

Whiter è la Vacant di Train of Thought, è The Answer Lies Within di Octavarium, è la ballad che apre le porte al teatro del sogno, accompagnandoci in realtà surreali fino a toccare vette ben più profonde del nostro vissuto.
Malinconica e ottimista, semplice. Il semplice non sempre guasta.

Ed eccoci al quinto capitolo di una serie iniziata nel 2002 con The Glass Prison, in Six Degrees of Inner Turbolence: The Shattered Fortress è la canzone che Portnoy ha inserito nella suite dedicata alla sua riabilitazione dai problemi legati all’alcolismo. La si riconosce per le evidenti riprese delle altre canzoni facenti parte della serie, da This Dying Soul in Train of Thought a The Glass Prison nel finale.

Un ticchettio familiare di lancette di un inesorabile orologio che ci ricorda tanto Regression in Scenes From A Memory , una cascata di note di un adorabile pianoforte e una coltre di vellutati violini: The Best Of Time è la composizione scritta da Mike, in ricordo del padre recentemente scomparso. Acustica pizzicata tra interventi strumentali di Petrucci che incalza dopo crescendi atmosferici creati all’unisono dalle tastiere sperimentali (si veda in Rite of passage accenni elettronici) di Rudess.

Ed eccoci giunti alla fine.
Una fine che non aspettava altro che essere ascoltata in tutto il suo luccicante splendore: è The Count of Tuscany, che tanto ha incuriosito per l’italico riferimento.
Un perfetto ritorno al progressive old style dei cari vecchi al loro esordio: l’intro strumentale è mistico, lirico e come da tradizione, dopo essersi preso la sua fetta di palcoscenico all’interno della song, lascia il campo ad un progressivo avvicinarsi di ritmi più aggressivi che al 4° minuto sfociano nell’esagitante voce del nostro La Brie che sembra essersi ripreso ed aver trovato padronanza delle sue vocalità, anche se in generale le performance canore delle tracce dell’album non sembrano aver richiesto grandi sforzi vocali.
Realtà oniriche suggerite da argentate corde, per una claustrofobica storia all’insegna di avventure che si celano dietro l’incontro di un decaduto nobile toscano. Suoni quasi come animaleschi respiri e cori su cori: “…Go and tell the world my story…”.
La traccia più lunga e personalmente la migliore dell’album sotto tutti i punti di vista.

“Raccontare” criticamente e in maniera obiettiva un album dei Dream Theater non è un’operazione facile per chi li ha sempre accolti a prescindere dal risultato finale soprattutto perchè questo ultimo album lascia un po’ perplessi, purtroppo, riguardo alla vena creativa che ha contraddistinto da sempre i DT.
Forse non è ancora il tempo di una svolta clamorosa, di un ritorno al caro vecchio sound che tanto ci piaceva.
Fatto sta che ancora una volta ( anche se per poco) il brivido alla schiena non ci abbandona, un brivido tenue si, ma pur sempre brivido.